Piazza Fontana, memoria di una strage: la battaglia di Carlo Arnoldi nel nome del padre Giovanni

Il commerciante pavese fu ucciso dalla bomba di Ordine Nuovo, il figlio ha guidato per anni l’associazione dei familiari delle vittime: "Resta una voragine giudiziaria"

La famiglia Arnoldi a Magherno
La famiglia Arnoldi a Magherno

Magherno (Pavia) – “Quando riceverò l’Ambrogino d’oro sarò emozionato, anche perché non me lo aspettavo. Voglio condividerlo con tutta l’Associazione. In questi anni credo di avere fatto tanto, ma senza il loro aiuto non avrei fatto nulla".

Carlo Arnoldi vive con la famiglia a Magherno, nel Pavese. Per 12 anni, dal 2010 al 2022, è stato il presidente dell’Associazione “Piazza Fontana 12 dicembre 1969” che raccoglie i familiari delle vittime.  In nome del padre. Giovanni Arnoldi ha 42 anni. Vive a Magherno con la moglie Costantina e i due figli, Carlo e Pinuccia. È un commerciante di bestiame con una grande passione per il cinema. È al culmine della felicità quando realizza il suo sogno di aprire in paese una sala che ha chiamato ‘Cinema nuovo’ Quel pomeriggio di dicembre non dovrebbe essere nel salone della Banca dell’Agricoltura. È un po’ indisposto. Una nebbia fitta avvolge la Bassa. Verso le tre del pomeriggio riceve la telefonata di un agricoltore di Lodi: sta per concludere la vendita di una cascina, richiede la sua presenza. Giovanni si mette al volante di malavoglia per raggiungere Milano. Viene identificato dal cognato Sergio, che dopo avere fatto il giro degli ospedali è approdato al Fatebenefratelli. Ci sono quattro o cinque corpi, qualcuno già coperto con un lenzuolo. Se ne sta andando quando un inserviente lo richiama: "Se cerca Arnoldi è qui". Sergio riconosce Giovanni dalle scarpe. Le hanno acquistate insieme.

Carlo Arnoldi, come sono stati questi anni, da vice presidente e poi da presidente dell’Associazione?

"Anni di grande impegno. Ho fatto di tutto per fare conoscere alle giovani generazioni la storia di piazza Fontana e la verità, soprattutto la verità".

È mancata la giustizia processuale.

"Un grande voragine che non sarà colmata mai più. Abbiamo lottato, lottato tanto. Il 3 maggio 2005 la Cassazione non ha riconosciuto nessun colpevole, però ha fissato la verità storica: l’attentato era stato organizzato da Ordine nuovo, da Freda e Ventura, non più imputabili perché assolti prima a Catanzaro e poi in appello a Bari. A oggi abbiamo solo quella: la verità storica. Superata l’amarezza, superato il senso di sconfitta, siamo partiti da lì, dalla verità storica affermata nella sentenza della Cassazione. Ci siamo rimboccati le maniche: la verità storica, almeno quella, andava fatta conoscere. Abbiamo fatto tanti incontri nelle scuole, nelle università. Su piazza Fontana sono state discusse delle tesi di laurea, tanti studenti hanno preparato le tesine per l’esame di maturità. A tutti abbiamo cercato di dare il nostro aiuto. C’è tanta voglia di conoscere, di sapere. Questo un po’ ci ripaga. E nel 2019, per i cinquant’anni dalla strage, abbiamo fatto collocare diciotto formelle attorno alla stele in piazza Fontana: diciassette ciascuna con un nome di una vittima e la diciottesima con scritto: “12 dicembre 1969 Strage di Piazza Fontana 17 vittime Ordigno collocato dal gruppo terroristico di estrema destra Ordine nuovo“. È Storia".

Da non dimenticare.

"Andiamo avanti con il nostro impegno, anche se gli anni passano e siamo rimasti in pochi. Il dolore è il nostro compagno di vita, ogni giorno. Ma non abbiamo mai avuto sentimenti di rivalsa. Avremmo anzi avuto il desiderio di avere qualcuno con cui parlare, qualcuno da perdonare. Ci sono brigatisti che hanno incontrato le famiglie delle vittime, si sono guardati negli occhi, hanno parlato. A noi questo è mancato. Non ci è arrivato niente da Giovanni Ventura, che è morto da anni in Argentina, niente da Franco Freda, che invece è ancora al mondo. È mancato il confronto".

Allora sarebbe stato capace di perdono, lo sarebbe oggi?

"Dipende: se il perdono mi viene chiesto, come mi viene chiesto".

Quando muore suo padre lei ha 15 anni, sua sorella soltanto otto. Rimanete con vostra madre.

"Ci ha fatto da madre e da padre. Senza mia madre non so cosa sarebbe stato di noi. A 39 anni, ha preso la patente e ha trovato lavoro prima alla Galbani, a Corteolona, e poi nelle lavanderie del Policlinico San Matteo di Pavia. Facevo il secondo anno all’Itis di Pavia, avrei voluto piantare la scuola e mettermi a lavorare. La mamma mi ha ‘obbligato’ a diplomarmi. Almeno due volte l’anno faccio un incontro nella mia vecchia scuola, l’Istituto tecnico Cardano di Pavia".