Lucio Rovati, presidente Rottapharm
Lucio Rovati, presidente Rottapharm

Monza, 4 giugno 2020 - Un vaccino italiano contro il Covid-19. La monzese Rottapharm Biotech e la società biotecnologica Takis sono pronte "ad avviare nel tardo autunno la sperimentazione clinica", anticipa Lucio Rovati, presidente e direttore scientifico di Rottapharm Biotech. Il suo contributo non è soltanto finanziario, con i primi 3 milioni di euro "già concordati". "Abbiamo messo immediatamente a disposizione di Takis il supporto tecnico dei nostri manager scientifici, costituendo un team di elevate competenze cliniche, di tossicologia, farmacologia e nello sviluppo di prodotti biologici", spiega Rovati. Questo è il nuovo corso di Rottapharm Biotech dopo la ristrutturazione che, un paio di settimane fa, ha lasciato a casa 64 ricercatori e aperto nuove prospettive.

Presidente, in piena emergenza coronavirus si è chiuso un capitolo di 5 anni in cui gli investimenti non hanno portato risultati. Cosa è rimasto di quello spin-off dell’intero Centro di ricerca e sviluppo di Rottapharm|Madaus e dove sta portando il futuro?
"Abbiamo investito 20 milioni di euro all’anno sviluppando internamente e senza alcun contributo finanziario esterno oltre una decina di progetti di farmaci in diverse aree terapeutiche, ma nessuno ha portato risultati concreti. Tuttavia quel modello di business non esiste più al mondo. A dire il vero non esisteva più già 5 anni fa, ma ci abbiamo provato per tutelare, nel medio periodo, i ricercatori del gruppo. Oggi abbiamo mantenuto le competenze più forti, in campo manageriale, per poter lavorare con l’esterno, dedicandoci allo scouting di nuove proposte innovative e altamente specializzate da parte di spin-off universitari o piccole biotech nazionali e internazionali, nelle quali investire. Oggi la ricerca generalista non porta da nessuna parte. La medicina è talmente complessa che ci impone di affidarci a scienziati che mettono sul banco idee super specializzate".

Come sta avvenendo con lo studio sul vaccino contro il nuovo coronavirus...
"I vaccini non sono mai stati il nostro campo, piuttosto lo sono l’immunologia, l’infiammazione, la reumatologia (per cui abbiamo due prodotti in fase di sviluppo clinico) e le malattie oncologiche trattate con immunoterapia. Ma il Covid-19 ha aggiunto un interesse che ci ha portato a stringere l’accordo con Takis per lo sviluppo del vaccino denominato COVID-eVax".

Stiamo affrontando una pandemia e i ricercatori di tutto il mondo stanno studiando un vaccino, con approcci differenti. Qualcuno è anche già in fase clinica, voi a che punto siete?
"Nel campo dei vaccini contro il nuovo coronavirus esistono diverse piattaforme tecnologiche. In alcune si inietta la proteina del virus anche se si è visto che la risposta è un po’ debole, altre prevedono l’utilizzo di vettori del virus iniettati direttamente nell’organismo. La nostra, invece, è basata sul Dna: un frammento di Dna viene iniettato nel muscolo e promuove la sintesi di una porzione della proteina Spike del virus, stimolando da parte dell’organismo una forte reazione immunitaria (sia anticorpale sia cellulare) che previene l’infezione. L’efficienza del processo è aumentata dalla tecnica della "elettroporazione", che favorisce il passaggio del Dna all’interno delle cellule in maniera semplice, rapida e senza effetti collaterali grazie a lievi e brevi stimoli elettrici. Peraltro, in termini di "elettroporazione“ Takis collabora da anni con IGEA, azienda italiana il cui elettroporatore è già disponibile in oltre 200 ospedali in Europa".

Quali sono i primi riscontri?
"I risultati della somministrazione del vaccino nell’animale da esperimento hanno dimostrato una forte risposta immunitaria che neutralizza il virus, bloccandone la replicazione nelle cellule. Oltretutto la tecnologia in sviluppo presenta molti vantaggi rispetto ad altre, tra cui la possibilità di poter essere ripetuta per aumentare e mantenere la risposta immunitaria, e di essere facilmente adattabile nel caso il virus dovesse “mutare“ il suo codice genetico nel tempo. Il programma di sviluppo prevede ora il completamento degli studi di laboratorio e la produzione del primo quantitativo del vaccino, già partita per arrivare al primo studio clinico in autunno su qualche centinaio di soggetti. Tra febbraio e marzo del 2021 vedremo come funziona sull’uomo. Successivamente avremo studi più ampi, su migliaia di soggetti, per verificare la protezione effettiva fornita dal vaccino".

Quali sono i tempi per arrivare alla produzione e distribuzione?
"In genere per un vaccino ci vogliono 4-5 anni. In questa emergenza i tempi si sono ridotti a 18-24 mesi. E sarà importante la collaborazione delle istituzioni scientifiche internazionali e dell’Organizzazione mondiale della sanità per contribuire a un unico grande studio comune in cui inserire i vari vaccini promettenti e metterli a confronto. Sarà molto importante avere a disposizione vaccini diversi e su diverse piattaforme tecnologiche per poter prevenire al meglio un eventuale ritorno dell’emergenza".

Questo sul fronte dei vaccini, mentre per quanto riguarda le terapie? Ad oggi non è stata ancora trovata la cura al Covid-19: siete impegnati anche su questo fronte?
"Tutto il mondo era impreparato a questa emergenza, ma per colpa di nessuno. E’ un virus che tutt’ora facciamo fatica a comprendere. E abbassare la guardia sullo sviluppo di farmaci sarebbe un errore. La ricerca sulle terapie andrà su tre settori: innanzitutto sul supporto generale contro l’infezione (farmaci anticoagulanti), o su antivirali specifici visto che al momento sono stati impiegati farmaci validi per altri virus che, però, non sono risultati particolarmente efficaci. Si stanno poi studiando farmaci che vanno ad antagonizzare, cioè contrastare, la potente risposta immunologica che il virus determina nell’organismo umano. In alcuni casi è stata la fortissima risposta immunologica ad aggravare le condizioni del paziente. Ecco, noi stiamo collaborando su questo terzo tipo di farmaci con una biotech americana".

Un impegno di competenze, ma evidentemente anche economico.
"Il mio piano di investimenti non vuole cambiare. Voglio mantenere l’impegno dei 20 milioni di euro all’anno, ma cercando i progetti più favorevoli e promettenti. Con le conoscenze, le tecnologie e i capitali, oggi possiamo fare passi da gigante, anche se per molte malattie rimane la parte più complicata per arrivare al 100% di guarigione. Tenendo conto che oggi sviluppare un farmaco costa 2 miliardi e mezzo di euro e 12 anni di tempo".