Un rene per Luciano Liggio. Quando il nipote del boss finì a processo a Monza. Era evaso per parlargli

Durante la stagione dei sequestri il parente era sorvegliato speciale ma andò di nascosto in visita al carcere dov’era detenuta la primula rossa "È malato, sono andato a trovarlo solo per offrirgli i miei organi".

Evaso per offrire un rene allo zio. Non è però una storia di buon cuore e affetto familiare quella che stiamo per raccontare. O almeno, non solo.

Piccoletto, magrolino, baffoni spioventi, un uomo di 31 anni, originario di Corleone, in Sicilia ma domiciliato momentaneamente a Monza, in via Prina, si ritrova a processo e inaspettatamente al centro delle cronache nel 1975. A Monza. L’accusa nei suoi confronti non è nemmeno di quelle troppo gravi: certo, ha violato la legge, ha contravvenuto alle leggi speciali di pubblica sicurezza sulla sorveglianza speciale. Ma non ha ammazzato nessuno e il suo si presenta come un processo banalissimo. Se non fosse per l’importanza di un parente dell’imputato. L’uomo che varca le porte della Pretura di Monza è infatti il nipote di Luciano Liggio, boss della mafia di primissimo piano. La primula rossa di Corleone, protagonista di una clamorosa fuga e latitanza che si è interrotta soltanto un anno prima. Luciano Liggio, o meglio Leggio (“Liggio” deriva da un’errata trascrizione fatta da un brigadiere) è un boss spietato. Coinvolto in decine di omicidi e fatti di sangue. Alle sue dipendenze personaggi del calibro di Totò Riina e Bernardo Provenzano, allora ancora giovani ma già spietati. Nel 1975 Liggio è detenuto a Parma, su di lui grava il sospetto di essere a capo dell’Anonima sequestri, che tante vittime sta facendo in quel periodo in Lombardia soprattutto, Brianza compresa.

Ma torniamo al giovanotto coi baffi spioventi. Ad arrestarlo qualche giorno prima erano stati gli agenti del Commissariato di polizia di Monza, che all’epoca aveva sede in via Manzoni.

Infatti il 21 agosto, eludendo il divieto di lasciare la città senza permesso, si era recato a Parma. A far visita allo zio mafioso. E aveva poi fatto rientro a Monza prima delle 19, orario in cui non gli era più permesso uscire di casa. La sua presenza al carcere di Parma, anche perché aveva dovuto richiedere un permesso di colloquio, specie con un detenuto di quel calibro, non era ovviamente passata inosservata ma era stata subito segnalata alla Questura di Palermo. E da qui la segnalazione era stata prontamente trasmessa ai colleghi di Monza. E così, quando il 31enne si era presentato in Commissariato per firmare il registro di presenza, come stabilito dal regime di sorveglianza speciale, gli agenti lo avevano immediatamente arrestato. Un rischio calcolato, probabilmente. Perché? Cosa c’era di tanto importante da dire o farsi dire dallo zio? Liggio è considerato un rappresentante di spicco della cosiddetta “nuova mafia” di tipo gangsteristico che aveva soppiantato la vecchia organizzazione. Si era macchiato di diversi omicidi, capibastone rivali e o fieri oppositori come il sindacalista Placido Rizzotto erano caduti come mosche. Il processo al caro nipote per una bagatella come quella di aver violato la sorveglianza speciale viene celebrato per direttissima in Pretura. E davanti al magistrato, il giovane non può che ammettere le proprie responsabilità. La sua spiegazione dei fatti è curiosa. "Mi sono recato a Parma - spiega - perché volevo convincere mio zio, molto ammalato, ad accettare da me un rene. Già in altre occasioni gli avevo scritto che sarei stato molto felice di poterlo aiutare e che volevo sottopormi al trapianto, ma lo zio aveva sempre risposto che non se la sentiva di chiedermi questo sacrificio". Ma il nipote non si dà pace per la salute dello zio, effettivamente malato. È affetto dal morbo di Pott, una forma di tubercolosi extrapolmonare di cui soffrivano anche Leopardi e Gramsci, anche se morirà di infarto in carcere a Nuoro soltanto nel 1993. Ma il nipote non lo sa e pensa che forse parlandogli di persona potrebbe convincerlo ad accettare il trapianto. "Così il 21 agosto - prosegue il suo racconto - sono andato a trovarlo proponendogli di persona l’offerta. Non ho chiesto l’autorizzazione alla polizia perché temevo che non me la concedessero". Ma perché il giovane non poteva allontanarsi da Monza? Nel corso del procedimento alla Pretura di Monza si scopre che nei confronti del nipote di Liggio il tribunale di Palermo aveva emesso nel febbraio del 1970 un’ordinanza con la quale gli infliggeva quattro anni di sorveglianza speciale: l’obiettivo era proprio quello di impedirgli di tenere i contatti con il famigerato zio, allora latitante, e con gli esponenti della nuova mafia siciliana. L’ordinanza del Tribunale di Palermo era stata poi riconfermata nel marzo del 1973 dalla Corte di Appello che l’aveva aggravata con il divieto per il nipote di risiedere in qualunque comune "di Sicilia, Calabria, Lucania, Puglie, Campania e Lazio". Alcuni giorni più tardi il nipote era stato scoperto a Chiasso dalla polizia elvetica e rispedito in Italia: era stato allora che aveva scelto Monza come nuovo domicilio in cui trascorrere gli anni di sorveglianza speciale. A Monza, pare che il nipote avesse mantenuto sempre una condotta irreprensibile. Aveva trovato lavoro in una tessitura della città e tutte le sere faceva regolarmente rientro a casa. Secondo gli inquirenti la scelta di Monza non era stata casuale, però. Risiedendo in Brianza, avrebbe potuto infatti raggiungere rapidamente la Svizzera, dove all’epoca si ritemeva avesse trovato rifugio l’ancora latitante Liggio ed era vicinissimo a Milano, dove il boss aveva vissuto a lungo sotto falso nome. Almeno fino al suo arresto nel 1974. Ma torniamo al processo a Monza. L’avvocato difensore esprime numerosi dubbi a proposito della legittimità del provvedimento a carico del suo assistito, affermando che era stato emanato "per un pregiudizio", dovuto appunto a quella scomoda parentela con il boss mafioso. E chiede il minimo della pena. E il pretore alla fine gli infligge sei mesi di arresto concedendo la sospensione condizionale della pena e la libertà provvisoria.