Gaetano Badalamenti
Gaetano Badalamenti

Monza, 9 febbraio 2020 - Quando una mattina d'estate del 1970 si presentò alla vecchia Pretura di Monza, nel cuore del centro storico, e sedette davanti al giudice, Gaetano Badalamenti sarebbe potuto sembrare una persona qualunque, o quasi.

È vero, la sua fama lo aveva preceduto e anni di sospetti gravavano sulla sua testa, ma incredibilmente la sua fedina penale - come si affrettarono a precisare i giornali dell’epoca – era immacolata. Aveva solo un paio di multe, pur abbastanza sostanziose: una da duecentocinquantaduemilioni di lire per contrabbando; l’altra più modesta da venticinquemila lire per omessa consegna di armi. Poca roba, tutto sommato, benché fosse ben noto che l’imputato aveva già dovuto difendersi da una sfilza di denunce per reati gravissimi come omicidio, omicidio aggravato, tentato omicidio, furto e associazione a delinquere. Molti sospettavano infatti da tempo che quell’uomo fosse un mafioso, anche se sino a quel momento le sentenze erano state tutte dalla sua parte. Ma cosa ci faceva a Monza? Proprio per i sospetti che gravavano sulla sua persona, Badalamenti era stato mandato al confino in Brianza, secondo una pratica all’epoca abbastanza invalsa e che purtroppo si rivelò un’arma a doppio taglio: al punto da esportare esponenti delle mafie in territori ancora vergini come era all’epoca gran parte del Nord Italia.
Badalamenti – che era finito a processo per associazione a delinquere e per aver preso parte alla cosiddetta “Prima guerra di mafia”, che tanti morti aveva provocato in Sicilia – non aveva però alcuna intenzione di fare il sorvegliato speciale. E aveva approfittato della situazione per muoversi a suo piacimento.

La ragione per la quale Gaetano Badalamenti un giorno dovette comparire davanti al pretore di Monza era che il 17 giugno di quell’anno si era allontanato dalla sua residenza obbligata a Canonica Lambro (ma altri documenti dell’epoca lo danno invece come residente a Macherio) per recarsi a Milano, dove la polizia lo aveva sorpreso in compagnia di altri due siciliani. "Il mio legale di Palermo – spiegò in aula a Monza – mi ha informato telegraficamente che la Corte d’Appello due giorni prima aveva confermato il decreto del tribunale con il quale ero stato sottoposto a sorveglianza speciale. Secondo lui avevo ventiquattr’ore di tempo per inoltrare ricorso alla Cassazione, e mi consigliava di prendere contatto con l’avvocato di Milano". Ecco dunque il motivo, secondo Badalamenti, del proprio comportamento. Un motivo ovviamente confermato anche dal legale milanese. L’avvocato difensore di Badalamenti, nel corso del suo intervento, si spinse anche oltre, mettendo in risalto la presunta incongruenza della legge che autorizzava la Magistratura a spedire al confino, su segnalazione del questore, “persone semplicemente indiziate di appartenere alla cosiddetta Onorata Società”.

Badalamenti alla fine fu condannato per aver contravvenuto a un’ordinanza del tribunale di Palermo del 10 febbraio 1970, con la quale gli venivano inflitti cinque anni di ordinanza speciale “per la sua pericolosità sociale” e veniva confinato a Canonica Lambro. Fu forse la prima condanna a sporcare la fedina penale del boss, anche se alla risibile pena di 40 giorni di carcere, concedendogli peraltro il beneficio della sospensione della pena.
La storia, anche giudiziaria, racconterà ben altro negli anni successivi. E cioè che Gaetano “Tano” Badalamenti era un pezzo da novanta della mafia. Capo della cosca della “sua” Cinisi, dove era nato e cresciuto, dal 1974 al 1978 aveva diretto la famigerata “Commissione interprovinciale” di Cosa Nostra, l’organismo - di autotutela diremmo forse oggi - preposto a governare le questioni di mafia, spartendosi affari ed evitando guerre intestine e spargimenti di sangue. Nel 1987 Badalamenti fu condannato negli Stati Uniti d’America a 45 anni di reclusione in una prigione federale per essere stato uno dei leader della cosiddetta “Pizza Connection”, un colossale traffico di droga da 1,65 miliardi di dollari che fra il 1975 e il 1984 si era servito di alcune pizzerie gestite da italo-americani per riversare fiumi di eroina e cocaina sul mercato statunitense.

Badalamenti fu anche condannato all’ergastolo per aver ordinato l’omicidio di Peppino Impastato, giornalista e attivista di Democrazia Proletaria, che attraverso il suo programma radiofonico “Radio Aut” aveva denunciato a più riprese le attività criminali di quello che aveva soprannominato “Tano Seduto”, alias proprio Gaetano Badalamenti Come venne poi dimostrato, Badalamenti sfruttò il soggiorno obbligato in Brianza per continuare a mantenere i contatti con altri mafiosi siciliani residenti a Milano e con i quali organizzò il traffico di stupefacenti. Proprio nel 1970, quando la polizia lo sorprese a Milano mandandolo a processo alla Pretura di Monza, Badalamenti aveva partecipato a un incontro assieme ad altri boss per discutere dell’implicazione dei mafiosi siciliani nel poi fallito Golpe Borghese. Gaetano Badalamenti, malato di tumore, morì all’età di 80 anni nel penitenziario di Devens, nel Massachusetts, per un arresto cardiaco.