Sulle spalle delle donne. Abbandonate dallo Stato: "Assisto già mio marito l’odissea anche per papà"

Costretta a telefonate umilianti per far ricoverare l’anziano genitore "Violenza emotiva e psicologica: chi dovrebbe aiutarti non lo fa".

Sulle spalle delle donne. Abbandonate dallo Stato: "Assisto già mio marito l’odissea anche per papà"

Sulle spalle delle donne. Abbandonate dallo Stato: "Assisto già mio marito l’odissea anche per papà"

La parità di genere è una chimera. Chi si trova ad assistere un proprio caro alle prese con una disabilità è quasi irrimediabilmente donna. Lo denuncia una persona che se ne intende. La sua vita, e quella di suo marito, è cambiata drasticamente anni fa. Agosto 2007. Un innocente tuffo nel lago. Un drammatico incidente. Davide Citterio, il marito, esce dall’acqua con una vertebra schiacciata. Tetraplegico. La moglie, Sabrina Schillaci, si trova a dover ripensare daccapo la propria esistenza. Mette da parte la vita da architetto per dedicarli al marito. Diventa suo malgrado paladina di chi come lei si è trovato in questa situazione, spesso "abbandonato dallo Stato, lasciato a se stesso".

Oggi Sabrina Schillaci, che negli anni si è scoperta atleta e con le sue imprese benefiche (“Race Across the Limits“) in bicicletta per mezza Europa porta avanti le proprie battaglie, punta il dito, nei giorni a cavallo dell’8 Marzo, su un problema mai preso in considerazione.

"Quando si parla di parità di genere e violenza, non si menziona che anche nell’accudimento del malato è la donna a farsene carico. L’80% dei caregiver sono donne, con un’età in continua crescita. L’uomo difficilmente si fa carico di una moglie non più autosufficiente".

Le conseguenze pesanti.

"Violenza emotiva e psicologica, perché anche chi dovrebbe aiutarti, come il personale sanitario, spesso non solo tenta di non eseguire il proprio lavoro ma ti complica la vita".

In che senso?

"Ne ho appena avuto esperienza con mia madre, una donna di 78 anni, caregiver di mio padre con demenza senile avanzata e Parkinson. Dopo svariati giorni in cui non stava bene, al sabato abbiamo chiamato il 118 dicendo che non era collaborativo e pertanto avevamo bisogno di un medico per sedarlo e poterlo curare. Non ci è stato mandato nessuno e l’ambulanza non l’ha potuto caricare".

E allora?

"Abbiamo rifatto la trafila e siamo riuscite a parlare con la guardia medica. Dopo tre ore, dalla prima chiamata, siamo riusciti ad andare in pronto soccorso".

Ma non era finita lì.

"Seppur con problematiche importanti, calcoli renali e vescicali, non è stato mandato in reparto ma è rimasto su una barella fino a martedì, quando mi hanno chiamata prr riprenderlo".

Non era però facile.

"Mia mamma seppur coadiuvata da una badante non riusciva a gestirlo e pertanto, su mia insistenza, la dottoressa ha accettato di fare le dimissioni protette.

Una pratica di cui non conoscevo neppure l’esistenza, visto che nessuno ne parla nonostante esista un apposito ufficio in ogni ospedale. Non si parla di questa opzione, perché comporta che il medico o l’ospedale si debbano assumersi la responsabilità di trovare una Rsa immediatamente. Dopo una lunga e terribile telefonata, e nonostante avessi esposto tutte le problematiche dovute al fatto che mia madre è anziana e io fossi già caregiver, solo dietro le mie insistenze si è riusciti finalmente ad accedere a trovare una Rsa".

Con tutti i costi del caso.

"Paradossalmente a mio padre non è stata data l’invalidità al 100% perché non era in grado di sottoporsi alla visita".

Estenuante.

"Noi caregiver subiamo continuamente violenza, nessuno considera ciò che facciamo, siamo trattati in maniera indegna. Prima di verniciare l’ennesima panchina rossa, cosa pur sacrosanta, forse sarebbe utile pensare di fare qualcosa per le donne, soprattutto se caregiver. Si dà per scontato che siamo noi a prenderci cura, se non lo facciamo siamo giudicate e il nostro stipendio è solitamente (e ingiustamente) quello inferiore in un nucleo familiare, e quindi si reputa che sia quello che si può far saltare. Frustrante, viviamo nella totale indifferenza delle istituzioni: non c’è preparazione ed essere caregiver è vissuto quasi come una vergogna".