Sapone liquido per uccidere: un aborto clandestino e una sedicente sensitiva in aula cinquant’anni fa

Un processo portò alla luce uno dei casi nascosti di “mammane ” prima che entrasse in vigore la legge 194 sulle interruzioni di gravidanza

Il reparto di Ostetricia  del vecchio ospedale di Monza
Il reparto di Ostetricia del vecchio ospedale di Monza

Monza – Anni Settanta. Il problema degli aborti clandestini si fa sentire in una società che si sta modernizzando e in cui i diritti civili iniziano a diventare un’urgenza. Il tema delle interruzioni di gravidanza prende a occupare il dibattito pubblico, i Radicali in particolare hanno cominciato la loro battaglia per rendere legali le interruzioni di gravidanza mettendo fine al fenomeno degli aborti clandestini, spesso operati a grave rischio delle donne. Anche a Monza si organizzano dibattiti con gli attivisti dei diritti civili. Di lì a tre anni, nel 1975 (sono trascorsi 45 anni), sarebbe entrata in vigore la legge 194 con la quale abortire non è più un reato, ma nel 1975 la strada appare ancora lunga. E un caso la fa esplodere all’improvviso sui giornali anche a Monza. Una vicenda terribile, che vede una giovane donna morire dopo un’interruzione di gravidanza fai-da-te, più precisamente affidata alle mani di una delle tante “mammane” più o meno improvvisate che operavano clandestinamente sul territorio.

Il caso diventa noto alle cronache in realtà soltanto nel momento in cui approda in Tribunale a Monza, con un processo di tale crudezza da accendere un faro sul fenomeno deglii aborti clandestini e “praticone” o “mammane” improvvisate. Sul banco degli imputati si trovano a finire una donna di 40 anni, la “praticona” improvvisata, e un ragazzo di 24, il fidanzato della vittima, una giovane della stessa età. Entrambi gli imputati sono accusati di “concorso in pratiche abortive su persona consenziente con conseguenze mortali”.

La vicenda, dolorosa, risale al settembre del 1974. Secondo la ricostruzione dei fatti emersa al processo la ragazza, al terzo mese di gravidanza, chiede e ottiene dal fidanzato di farsi accompagnare in un comune dell’hinterland. I due dovrebbero sposarsi il mese successivo, verosimilmente è già tutto pronto. Forse anche l’idea di corredo. Ma per quel bambino no. Non sappiamo come siano i rapporti fra i due, se il fidanzato sia a conoscenza o meno della gravidanza della sua fidanzata che dovrebbe sposare di lì a poco, se sia lei a non desiderare quel figlio concepito fuori dal matrimonio. Se i due discutano, litighino forse, cosa passi per le loro teste. Esiste solo una verità processuale alla quale, con tutti i suoi dubbi e i suoi limiti, ci dovremo attenere.

Secondo quanto dichiarato in aula dal fidanzato, la giovane gli chiederebbe semplicemente di accompagnarlo da una donna, sedicente sensitiva, per farsi leggere la mano prima delle nozze.

E i due ragazzi vanno. Mentre il fidanzato si ferma ad attendere in salotto, le due donne si appartano per un quarto d’ora in un’altra stanza. Di cosa parlano le due? Cosa fanno? La donna legge davvero la mano alla ragazza prossima alle nozze? Non si sa. L’unica certezza è che, sulla strada del ritorno a casa, la giovane confessa al fidanzato la vera ragione di quel viaggio: "Ho voluto rimediare a una nostra leggerezza" direbbe. E avrebbe anche aggiunto che la pseudo sensitiva le aveva praticato due iniezioni. Qualche giorno più tardi, la ragazza accusa però dei dolori viscerali lancinanti tanto che il fidanzato è costretto ad accompagnarla d’urgenza all’ospedale.

Ci morirà morirà dopo poche ore. Si scopre così che la “praticona”, invece che limitarsi a leggere la mano alla giovane, le aveva praticato due iniezioni di sapone liquefatto per procurarle un aborto. Una tecnica tanto maldestra che aveva cagionato alla ragazza gravissime lesioni.

Rintracciata sulle base delle indicazioni fornite dal giovane, la donna viene arrestata e il fidanzato viene accusato di concorso nel medesimo reato finendo anche lui in carcere. Durante il processo, la “mammana” prova a negare tutte le accuse. Nonostante la descrizione minuziosa dell’appartamento fornita dal giovane la inchiodi, cerca di negare ogni addebito. Anzi, sostiene di non aver mai avuto a che fare con la giovane coppia.

"Cosa vuole? - dice al giudice - In casa mia vengono tante persone amiche di mia figlia e venditori ambulanti…, per questo chi mi accusa sembra conoscerla così bene". Peccato che sia tutta una bugia. Le risposte dell’imputata non reggono alla prova dei fatti. La sentenza condanna la donna a 4 anni di reclusione e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici, mentre assolve il fidanzato per insufficienza di prove, in quanto al termine del processo non è stato possibile accertare se fosse o meno a conoscenza delle intenzioni della giovane fidanzata.