Monza, 18 aprile 2019 - Come in un videogioco, Gta (Grand Theft Auto), in cui si fanno punti rubando, picchiando, rapinando e uccidendo. Vivendo da gangster, insomma. Gli agenti della neonata questura di Monza hanno arrestato sei ragazzi che avevano preso possesso del centro della città terrorizzando, massacrando qualsiasi altro giovane che avesse la sventura di passare di lì. Li chiamavano la “Compagnia del centro”, oppure la “Compagnia del ponte”, perché quello era il territorio che si erano scelti e in cui non ammettevano intrusioni, anche inconsapevoli. Fra lo scorso ottobre e gennaio sono accusati di aver commesso almeno 10 rapine. Ma il sospetto, rilanciato con angoscia dal procuratore capo di Monza Luisa Zanetti, è che gli episodi criminali siano molti di più. E che le loro vittime non abbiano trovato ancora il coraggio di denunciare.

La gang aveva imposto la propria legge: quasi tutti di età compresa fra i 19 e i 20 anni, quattro italiani e due stranieri (un peruviano, coi suoi 25 anni il più vecchio, e un dominicano), erano accomunati da alcuni tratti: una bassa scolarità avendo abbandonato da tempo un normale percorso di istruzione, e un totale disprezzo e disinteresse per il mondo del lavoro. La loro finalità era emulare quello che vivevano sui giochi on line violenti e replicarlo nella vita vissuta. «Nooo, gioco all’Xbox ma che c... non sono uno da Xbox io, lo sai, le facevo in giro le cose. Sulla Play m’annoiano», confessa candidamente uno del gruppo in un’intercettazione. Fine dei furti o delle rapine, con l’aggravante della fragilità e vulnerabilità delle vittime, non era tanto il denaro, ma piuttosto marcare il territorio, esprimere il proprio potere. Umiliare. Anche strappando cose di poco conto alle vittime, a volte senza nemmeno ricorrere alla violenza ma contando sul semplice terrore che riuscivano a incutere per impossessarsi di un pacchetto di sigarette, di un caricabatterie, una bicicletta, una cuffietta per telefonino. La tecnica utilizzata era spesso la stessa. Un ragazzo del branco, di cui facevano parte anche alcuni minorenni, partiva in avanscoperta e sceglieva la vittima facendo attenzione che fosse fragile e sola. In un caso, addirittura un clochard. Poi partiva tutto il gruppo, che la circondava, intimidiva e massacrava di pugni e calci al volto e alla testa. Con cinghiate e o brandendo il coltello.

Lo scorso gennaio il branco alza l’asticella dell’aggressività, come se volesse salire di livello nel proprio terribile gioco, e si macchia di un tentato omicidio: il ragazzo preso di mira, un 22enne, viene prima provocato in un bar rifilandogli una gomitata, quindi viene spinto in un sottopasso ferroviario e massacrato con colpi ripetuti alla testa e al volto. «Questa zona è nostra», uno dei refrain ripetuti alle vittime di turno. Spesso tatuaggi vistosi, anche a coprire tutto il volto, alcuni sulle nocche si erano tracciati i numeri 1312: in codice, Acab, «All Cops Are Bastard», slogan tipico delle gang per insultare la polizia. Tutti in manette, dovranno ora rispondere a vario titolo dei reati di tentato omicidio, lesioni, furto, minacce gravi e spaccio di sostanze stupefacenti.