Cesarino Biffi con le foto della sua famiglia
Cesarino Biffi con le foto della sua famiglia

Aicurzio (Monza e Brianza), 9 agosto 2015 - Dopo quasi dieci anni, di quell’incubo non sembra essere rimasta più traccia. Solo, la villetta – abbarbicata alla periferia di Aicurzio – ha delle inferriate a protezione di porte e finestre. E non ha campanelli, o citofoni. Il padrone di casa è nei campi, al lavoro al magazzino di quella che è la sua azienda agricola da generazioni. Gli occhi grigio-azzurri, stanchi e gentili, il volto scavato da età e sofferenze. Sua moglie, brutalizzata su un divano del suo scantinato che non ha ancora trovato il coraggio di buttare, non c’è più. Un tumore al cervello, che aveva fatto metastasi a seno e fegato, se l’è portata via nel 2011, dopo due anni di agonia. Cesarino Biffi, 72 anni, l’ha seppellita nella tomba di famiglia che lui stesso ha costruito. E se accetta di rivangare una storia che non può che fargli male, è solo «perché voglio sperare che anche una parola sola di quelle che dirò possa servire a toccare il cuore e la mente di chi ha il potere, e una storia come la mia non possa più capitare a nessuno. E poi, confesso che anche tornare con la mente a quella notte è un unguento per avere ancora qui accanto mia moglie». Precisare che l’amava teneramente, è quasi scontato, «rimpiango tutti i momenti che le ho sottratto per il lavoro, da agricoltore, da politico (Biffi è stato anche vicesindaco del suo paese), insegnante di educazione tecnica alle scuole medie di Sovico». Torniamo al 18 novembre 2005.
«Quella sera faceva freddo, e c’era nebbia. Andai a coricarmi presto perché al mattino dovevo lavorare all’essiccatoio. Alle 23 sentii le urla di mia moglie e mi alzai. Nella penombra mi trovai davanti a due uomini vestiti di nero, il volto coperto dal passamontagna. Feci per alzare le mani, ma non mi resi conto che alle mie spalle ce n’era un altro che mi colpì alla testa con un oggetto pesante. Ricordo il sangue caldo che scorreva e io che cadevo a terra, mi presero a calci in faccia e mi ruppero sette costole. Poi svenni. Quando mi risvegliai, vidi uno stivale nero e un pantalone blu con la striscia rossa. E sentii una voce che mi diceva: “Stia tranquillo, siamo arrivati noi”. Erano i carabinieri. Scoppiai a piangere». Cesarino prende fiato prima di continuare. «Dopo aver neutralizzato me che ero il capofamiglia, se la presero con mio figlio Francesco, lo legarono col filo di una lampada, picchiandolo e torturandolo, finché per salvarsi si finse svenuto. Dopo se la presero con mia moglie...».
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UN SOSPIRO. «Le fracassarono la faccia e la violentarono. Mio figlio Dario arrivò di notte, mentre loro erano ancora qui... Francesco ebbe solo il tempo di gridargli di scappare, che qui c’era l’inferno... i banditi gli corsero dietro ma lui riuscì a infilarsi in casa di un amico e chiamò i carabinieri. Intanto i banditi fuggivano». I carabinieri li catturarono mesi dopo. Tre su quattro: avevano poco più di 20 anni. Solo il loro capo, che di anni ne aveva una quarantina, si volatilizzò all’estero. Al processo, furono condannati a pene comprese fra i 5 e gli 8 anni.
«Quella notte rubarono solo 200-300 euro di roba, i vestiti miei e di mia moglie, il corredo di mio figlio Dario che avrebbe dovuto sposarsi una settimana dopo, un orologio, qualche gioiello. Massacrandole l’anulare, sfilarono addirittura la fede dal dito di mia moglie che li implorava».
E poi? «La nostra vita riprese piano piano, ma la malattia di mia moglie era in agguato. Non c’è prova, ma i medici non esclusero che le botte e il trauma di quella notte furono all’origine del tumore che se l’è portata via»
Oggi Cesarino Biffi continua a lavorare nella sua azienda agricola, i figli hanno seguito le sue orme. Ma in casa di quei fatti non si parla più. E chiedersi cosa sia cambiato dentro è come rompere gli argini di un fiume in piena. «Per un fatto del genere non si possono dare pene così basse, si incentiva il criminale a venire a delinquere in Italia. Ecco, questo lo vorrei proprio dire: siamo in Europa, non si potrebbe ad esempio, per crimini commessi da stranieri, processarli e condannarli in Italia ma mandarli a scontare la pena nel proprio Paese d’origine?». Si è indurito? «Ero più tollerante, una volta. Continuo a dare una mano perché è giusto, ma sto più attento: ho adottato quattro ragazzine, una del Bangladesh e tre della Somalia. Ho chiesto che scegliessero donne, magari brutte, perché sono le più deboli, e io voglio sempre aiutare i più deboli. Ma non sono più un benefattore per tutti, non do soldi ai semafori». Razzista? «Quelli che violentarono mia moglie erano rom e provenivano da un campo nomadi di Cinisello Balsamo, facevano parte di una banda di rapinatori nelle ville che due giorni dopo essere stati a casa mia massacrarono anche un prete nella sua canonica a Calco: ma non andrei mai a radere al suolo un campo nomadi come dice Salvini. Ero della Dc, poi passai al Pd, ma oggi non mi ci riconosco più. I migranti vanno aiutati a casa loro».
Ha messo le inferriate a casa e si è comprato diverse pistole. «Ho una colt sul comodino: ha il difetto di essere carica e senza sicura. Se un bandito entrasse in casa mia, il primo colpo lo sparerei in aria perché non voglio ammazzare nessuno, il secondo alle gambe, ma il terzo glielo sparerei addosso». Poi Cesarino Biffi guarda sul muro della sua taverna. In mezzo alle fotografie di una vita felice, di lui con la moglie e i figli, si staglia un poster di John Wayne, l'attore. "E' sempre stato il mio preferito, come Tex Willer, il cowboy dei fumetti, di cui ho tutta la collezione in un armadio: lui puniva i malvagi e aiutava i deboli. Ecco, ci sarebbe voluto uno come lui...".