Memoona Safdar, 23 enne pakistana
Memoona Safdar, 23 enne pakistana

Bovisio Masciago (Monza e Brianza), 17 febbraio 2019  - Memoona ha il piglio della donna coraggiosa. Ma anche lo sguardo e le fragilità di una ragazza di 25 anni con i suoi sogni e le sue paure. Per un anno ha sopportato violenze e imposizioni. Portata in Pakistan con l’inganno, obbligata a prepararsi a un matrimonio combinato. Lo sposo, scelto da uno zio-padrone. Il rifiuto Memoona l’ha pagato con le botte e con un sequestro da cui è riuscita a sopravvivere soltanto grazie alla sua voglia di vivere. E di farlo da donna libera. Come sognava anche Sana Cheena, la ragazza portata via nell’aprile del 2018 da Brescia in Pakistan per costringerla a nozze combinate. Lei che invece voleva sposare il suo fidanzato italiano. La sua famiglia l’ha ammazzata. Ma nessuno pagherà. Così ha deciso un tribunale pakistano.

"Sana non ha avuto giustizia, è come se l’avessero uccisa una seconda volta", l’amarezza di Memoona Safdar. Oggi vive in una comunità protetta. Sana e salva. Merito delle "grandi risorse che ha dentro di sé e con le quali è riuscita a ribellarsi e chiedere aiuto", così l’ha conosciuta Luisa Oliva, presidente dell’associazione White Mathilda che ha accolto Memoona. Simbolo della lotta. Continuamente in fuga dalla famiglia dopo essere riuscita a scappare dalla sua prigione e raggiungere il fidanzato con cui è corsa a sposarsi in gran segreto. Da allora la famiglia di Memoona li ha condannati a morte. E da allora non si sono mai fermati, passando da un paese all’altro per non essere trovati. È in quelle settimane che Memoona riesce a mettersi in contatto con le sue ex compagne di scuola all’Istituto Majorana di Cesano Maderno.

La richiesta di aiuto fa partire la macchina dei soccorsi. L’appello viene girato alla Prefettura, quindi al ministero degli Esteri e all’Interpol. A settembre dello scorso anno per Memoona il ritorno in Italia, a Bovisio Masciago dove viveva con i genitori e il fratello prima del tradimento e dell’incubo. Da loro è stata allontanata, perché sarebbe in pericolo. Ma non è sola. Qui in Italia ha trovato una nuova famiglia. Sono le volontarie di White Mathilda che accompagnano lei e tante altre donne, italiane e straniere, vittime di violenza, in un percorso di rinascita. "La storia di Sana ha fatto riaffiorare in Memoona terribili ricordi, ed è ancora più felice di essere qui, un Paese in cui può vivere da donna libera", le parole di Alice Iacono, la psicologa che sta seguendo Memoona. E con cui sta riconquistando la volontà di vivere, la fiducia e la dignità.

La ragazza per ora ha un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Ha un talento nell’informatica e vorrebbe trovare lavoro in quel campo: "È sveglia, capace, sa quello che vuole e sa essere coerente - come la descrive la presidente Luisa Oliva -. E ha dimostrato coraggio. Il coraggio suo e di tutte le donne vittime di violenza che vogliono far vincere la propria libertà. È importante che sappiano che non sono sole".

Ogni giorno agli sportelli di White Mathilda ci sono storie di soprusi da affrontare: "All’inizio le donne arrivano con gli occhi bassi, spalle curve,tanche, disperate. Ma il più delle volte escono con gli occhi che sorridono, uno sguardo di speranza. La volta dopo magari arrivano pure truccate". La normalità che per loro diventa una piccola conquista. Ed è quello che vuole anche Memoona. Ora il suo pensiero fisso è per il marito che ha lasciato in Pakistan. Vive perseguitato dalla condanna a morte che la famiglia di Memoona gli ha giurato: "Ci sentiamo tutti i giorni, più volte al giorno". Sta imparando ad affrontare i timori e la lontananza senza mai mollare il suo sogno: "Non vedo l’ora di poterlo riabbracciare e costruire insieme una famiglia".