di Dario Crippa Anno domini 1787. Autunno. In un teatro di Monza risuonano note mai udite prima. Una magnifica ouverture, innanzitutto. E poi arie come “Non più andrai, farfallone amoroso”. Musica che all’epoca si stava facendo largo nel cuore e nelle menti di migliaia di persone e che oggi ormai tutti conoscono: appartiene alle Nozze di Figaro, opera in quattro atti del genio di Salisburgo, Wolfgang Amadeus Mozart. Quello che invece forse in pochi sanno è che, ad un anno e mezzo dalla prima ufficiale tenutasi il 1° maggio 1786 al Burgteather di Vienna, una delle prime rappresentazioni di un’opera salutata da subito da un enorme, clamoroso successo, si tenne proprio a Monza. In anteprima rispetto alla prima ufficiale italiana, che si sarebbe tenuta a Firenze al Teatro della Pergola nel 1788 (anche se secondo alcuni la prima italiana fu quella della Scala del 1815). Quelle che andarono in scena a Monza non furono in realtà le Nozze di Figaro nella loro versione integrale composta dal musicista austriaco. Riportano le cronache che a Monza, alla Villa Reale, andò in scena una versione dimezzata delle Nozze di Figaro, "una esecuzione composita" secondo la definizione degli esperti. O meglio, "un pasticcio, come spesso si usava a quei tempi" spiega Marco Murara, cultore ed...

di Dario Crippa

Anno domini 1787. Autunno.

In un teatro di Monza risuonano note mai udite prima. Una magnifica ouverture, innanzitutto. E poi arie come “Non più andrai, farfallone amoroso”.

Musica che all’epoca si stava facendo largo nel cuore e nelle menti di migliaia di persone e che oggi ormai tutti conoscono: appartiene alle Nozze di Figaro, opera in quattro atti del genio di Salisburgo, Wolfgang Amadeus Mozart.

Quello che invece forse in pochi sanno è che, ad un anno e mezzo dalla prima ufficiale tenutasi il 1° maggio 1786 al Burgteather di Vienna, una delle prime rappresentazioni di un’opera salutata da subito da un enorme, clamoroso successo, si tenne proprio a Monza. In anteprima rispetto alla prima ufficiale italiana, che si sarebbe tenuta a Firenze al Teatro della Pergola nel 1788 (anche se secondo alcuni la prima italiana fu quella della Scala del 1815).

Quelle che andarono in scena a Monza non furono in realtà le Nozze di Figaro nella loro versione integrale composta dal musicista austriaco.

Riportano le cronache che a Monza, alla Villa Reale, andò in scena una versione dimezzata delle Nozze di Figaro, "una esecuzione composita" secondo la definizione degli esperti. O meglio, "un pasticcio, come spesso si usava a quei tempi" spiega Marco Murara, cultore ed esperto del genio di Salisburgo, al quale ha dedicato tre libri. L’ultimo, in uscita proprio qualche settimana fa per Zecchini Editore, si intitola “Mozart. Le cronache” e raccoglie oltre duemila documenti dal 1756 al 1792.

Si diceva, un pasticcio. Sul finire del XVIII secolo non esistevano ancora radio o altri mezzi di diffusione di massa, ma capitava che determinati lavori teatrali venissero portati in giro in maniera manipolata e, "vuoi per le dimensioni del teatro, soprattutto se di provincia, vuoi per i cantanti a disposizione, si provvedeva a ridurli e a volte almeno parzialmente cambiarli". Gli stessi cantanti potevano influire in questo senso. "Avevano spesso un enorme potere e decidevano se un brano era effettivamente adatto alle proprie capacità vocali o meno, riuscendo a farselo adattare". Chiamando altri compositori che provvedevano a modificare le opere con arie magari più semplici e meno rischiose.

Accade dunque che in quel 1787 delle Nozze di Figaro allestite a Monza vadano in scena soltanto i primi due atti effettivamente firmati da Mozart, mentre per i restanti ci si affidi a un compositore italiano, il napoletano Angelo Tarchi.

Occorre però ora immaginare dove possa essere stata rappresentata questa composizione. Le cronache parlano della Villa Reale, ma l’opera non andò certo in scena al suo Teatrino di Corte. Questo ancora non era stato realizzato e vedrà la luce soltanto qualche anno più tardi, nel 1808, su progetto dell’architetto Luigi Canonica, allievo prediletto di Giuseppe Piermarini, “padre” della Villa Reale per conto dell’arciduca Ferdinando d’Asburgo.

Ci aiuta a questo proposito una esperta della Reggia del Piermarini, Marina Rosa, che fu per anni funzionario alla Soprintendenza alla Reggia di Monza e che oggi presiede il Centro documentazione Residenze Reali Lombarde

Gli Asburgo erano molto sensibili e amavano la musica e quella del compositore austriaco in particolare. Facile immaginare dunque che in quell’autunno del 1787 gli Asburgo, che alla Villa Reale avevano la loro residenza estiva, abbiano voluto portare a Monza una delle sue opere più recenti. "Non esisteva ancora un vero e proprio teatro alla Villa Reale - ricorda Marina Rosa - ma si utilizzavano teatrini itineranti, con tanto di scenografie, che venivano di volta in volta allestiti in base alla necessità e che venivano abitualmente portati in centro a Monza, in quello che divenne il futuro Teatro Sociale in piazza del Mercato".

Del resto, la città sfiorò la possibilità di ospitare in pianta stabile Mozart. Genio precocissimo, era molto amato dal giovane Ferdinando, figlio di Maria Teresa d’Austria, che aveva imparato ad apprezzarlo quando per la prima volta era stato invitato a Milano dal conte di Firmian.

Il “Maestrino”, come i milanesi pare chiamassero Mozart, aveva ottenuto addirittura l’incarico di scrivere la musica per le nozze di Ferdinando con Maria Beatrice d’Este, che sarebbero state celebrate proprio a Milano.

In questo periodo Leopoldo, padre e sin dall’infanzia di fatto “manager” del giovane compositore, si adoperava per farlo diventare Maestro di Corte a Milano e aveva ottenuto l’appoggio di Ferdinando, che scrisse alla madre per riceverne l’approvazione. E allora si sarebbe realizzato quello che avvenne invece a Vienna anni dopo, quando Mozart era di stanza nella capitale dell’Impero e le sue composizioni venivano eseguite nel Castello di Schönbrunn. "Ecco - sogna l’architetto Marina Rosa -, si sarebbe potuta avverare la stessa cosa, dove Milano avrebbe fatto la parte di Vienna, e la Villa Reale quella del castello di Schönbrunn". Ma non andò così. Quando Ferdinando, che all’epoca era di stanza a Milano, accarezzò concretamente l’ipotesi di portarci Mozart in pianta stabile nominandolo Maestro di Corte, dovette incassare la ferma opposizione della madre, l’arciduchessa Maria Teresa d’Austria. "C’è una lettera a testimoniarlo" ricordano sia Marina Rosa sia Marco Murara.

La lettera porta la data del 12 dicembre 1771. E Maria Teresa non lascia spazio a dubbi: "Mi chiedi se devi prendere al tuo servizio il giovane salisburghese: non vedo quali ragioni tu possa avere d’assumere un compositore o altre persone inutili. Se proprio ti fa piacere non voglio impedirtelo. Te lo dico soltanto perché tu non ti carichi di gente inutile: in ogni modo evita di conferir titoli a simili persone, come se fossero al tuo servizio. Poiché quando si mettono a girare il mondo come mendicanti discreditano il servizio".

E di fronte a queste parole, non se ne fece nulla, "dimostrando in questo frangente la scarsa lungimiranza della Regina - chiosa Murara - I musicisti erano spesso considerati alla stregua di cuochi o personale di terz’ordine". E perderci denaro, proprio in virtù dell’avvedutezza dimostrata da Maria Teresa d’Austria in tanti campi, la indusse a "sconsigliare vivamente il figlio dall’ingaggiare un musicista di corte al figlio" ancora Melara.

"E così noi ci siamo persi Mozart", scherza ma non troppo Marina Rosa.

Anni dopo il vecchio guardaroba della Villa Reale, su spinta di Ferdinando, sarebbe stato trasformato nell’attuale Teatrino di Corte della Villa Reale. Ma ormai era tardi. Mozart era già morto da un pezzo.