A Monza oltre un secolo di Pime, la scuola che prepara i missionari per portare il Vangelo nei Paesi difficili

Dal 1911 l’Istituto pontificio forma i nuovi sacerdoti da inviare nei luoghi più poveri del mondo. Padre Bonalumi è rettore ormai da 6 anni dopo averne trascorsi 25 a Hong Kong, dove tornerà

Padre Luigi Bonalumi con alcuni missionari
Padre Luigi Bonalumi con alcuni missionari

Monza – Studiano per diventare padri missionari, oppure insegnano alla luce della loro esperienza in giro per il mondo a portare il messaggio evangelico e a fare del bene. Seminaristi e docenti abitano il Pime (Pontificio istituto missioni estere) di Monza fin dal 1911, che da allora prepara nuovi sacerdoti ogni anno per missioni in luoghi spesso poveri o difficili.

La scuola di formazione cattolica - ospitata nei quattro eleganti plessi che si stagliano oltre la cancellata di via Lecco 73, attorniati dal verde e a due passi dal Parco di Monza - è frequentata da seminaristi provenienti da tutto il mondo, di una decina di nazionalità differenti, in particolare da Africa e Asia (soprattutto di area indiana), ma anche dall’America Latina.

Dal 1974 al tradizionale seminario si è aggiunta la facoltà di teologia, e dei primi anni ’90 è l’affiliazione con l’Università Urbaniana di Roma, mentre da poco, dal settembre 2022, quella con l’Università Pontificia. Gli studenti dopo un percorso di studi di tre anni arrivano al grado di baccalaureato, a cui devono aggiungere un altro anno pastorale missionario per essere ordinati sacerdoti, per poi essere inviati dove la Curia ritiene più opportuno, tenendo conto anche delle loro preferenze, che comunque devono essere in un continente diverso da quello d’origine (anche se non è sempre così).

"Quest’anno abbiamo iniziato l’anno accademico con 54 seminaristi, attestandoci nella nostra media che è tra i 50 e i 60 seminaristi all’anno – spiega padre Luigi Bonalumi, rettore del Pime di Monza –. L’anno scorso sono partiti 15 sacerdoti, a fronte dei quali sono arrivati 11 nuovi seminaristi. Oltre a loro, come studenti della facoltà di teologia abbiamo anche esterni, anche laici, con i quali arriviamo a un’ottantina di frequentanti. Abbiamo inoltre cinque missionari formatori, io che sono il rettore, due vice-rettori, di cui uno brasiliano e l’altro camerunese, due padri spirituali e sei diaconi a cui a febbraio verrà assegnata la missione e sono pronti a partire".

Oltre all’ambito dell’istruzione, il Pime è molto attivo in senso culturale e sociale. "L’11 maggio ci sono buone possibilità di ripetere il debate delle scuole superiori della provincia, andato molto bene l’anno scorso, e il 12 maggio avremo la nostra tradizionale Festa della riconoscenza aperta alla città, con le testimonianze missionarie – racconta il padre – Tra poco, il 15 febbraio, avremo la presentazione di un libro con alcuni importanti teologi, in cui dibatteremo sul tema interreligioso. Ci riguarda da vicino perché noi come missionari andiamo dove il Vangelo non c’è, la nostra opera è di evangelizzazione, e spesso siamo in Paesi in cui sono radicate altre religioni".

Da qui il chiarimento su ciò che i padri missionari fanno una volta giunti alle comunità di destinazione. "Una volta arrivati aiutiamo la Chiesa locale a crescere – spiega il rettore del Pime di Monza –. I primi anni di arrivo sono destinati anche allo studio della lingua del posto, che bisogna sapere bene. Quando si raggiunge l’obiettivo di rendere la Chiesa del posto autonoma si lascia e si va da altre parti. Per noi è importante anche sostenere la popolazione locale. Testimoniamo il Vangelo ai non cristiani e aiutiamo tutti con il nostro impegno nella sanità, nella scuola e con la formazione del clero. Una missione del Pime mediamente dura a lungo, anche 50, 100, 150 anni".

Padre Bonalumi è rettore ormai da 6 anni, questo è il suo ultimo anno di mandato. Nella sua vita di missionario è stato 25 anni ad Hong Kong (dal 1989 al 2015). Al termine dell’incarico a Monza, Padre Bonalumi tornerà in Cina. "Sono sempre in contatto con la gente del posto – dice con un sorriso grande –, lì ho passato gli anni migliori della mia vita. C’è una Chiesa vivace che nella mia diocesi vede 3-4 mila battezzati ogni anno. Non vedo l’ora di tornare". Perché, in fondo, di essere missionari non si finisce mai.