Marco Pancaldi
Marco Pancaldi

Monza, 30 dicembre 2020 - Lui è figlio del 1965. L’anno zero della musica rock. Adolescente tra i Settanta e gli Ottanta, Marco Pancaldi è un artista che viene da lontano. Da un altro pianeta rispetto a un mondo catalogato. Fedele all’istinto di "suonare da sempre le cose che mi interessavano senza l’ossessione di uscire allo scoperto". 

Difendendo la sincerità nei confronti, innanzitutto, della musica. Che, per lui, è «una entità che ha una sua metafisica». E per questo non avrebbe bisogno della parola. Così «ognuno può trarre le sue conclusioni, fare il proprio viaggio». 

È da questo “pianeta“ lontano che arriva ‘Beyond Jupiter’, il primo album da solista di Marco (disponibile su marcopancaldi.bandcamp.com). Un progetto che «arriva da molto lontano», «un punto di arrivo in cui ritrovo tutte le mie influenze». Innanzitutto un album più che un disco, perché «parlare di cose rotonde non ha molto senso» per uno come lui che ha sempre sviluppato tendenze trasversali. Partito dal prog, ha incontrato i Jethro Tull e i Pink Floyd e quasi contemporaneamente ha surfato verso i Talking Heads e i King Crimson di Robert Fripp. Allontanandosi dall’immagine del chitarrista eroe del rock. 

Seguendo questo filone «mi sono trovato a scoprire cose un po’ meno probabili, a giocare con i sistemi di looping» come i Pink Floyd di ‘Money’. Sono gli anni Ottanta. E Marco trova un «uso inusuale» della chitarra con i Bluvertigo. Alieni a quei tempi. I richiami a David Bowie, ai Depeche Mode e alla new wave elettronica. Troppo avanti. Avanti senza riguardo. Anche quando un loro fonico, nel ‘93 gli chiese se «Ma voi di queste chitarre siete sicuri?».

Successi, bizze, poi la condivisione si è sfilacciata. Pancaldi voleva che «diventassimo un’entità autonoma, lontano dalle case discografiche». Gli altri Bluvertigo, però, non erano sintonizzati sullo stesso canale. Marco procede da solo. Le collaborazioni con Alice, Mauro Pagani, Antonella Ruggiero e Battiato che lo coinvolge nel 1998 nella registrazione di ‘Gommalacca’ e nel relativo tour, nel ruolo di ‘chitarrista estremo’. 

Così Marco cerca il suo pianeta. E in questo suo ultimo progetto artistico si ritrova «in un futuribile, immaginario viaggio tra Giove e Plutone» tra rock, pop e sperimentazione sonora. ‘Beyond Jupiter’ – con quel richiamo a ‘2001 Odissea nello spazio’ – è un album strumentale registrato direttamente in stereo senza sovraincisioni, «in perfetta solitudine». Sette brani estratti da un’ora e mezza di chitarra elettrica e processori di segnale che sanno di colonna sonora di un film mai realizzato. Creando un’atmosfera capace di fermare il tempo, in una risacca sonora in cui trovi anche suggestioni alla Wagner. Un album capace di trasportarti in un’altra dimensione. E di far tornare la mente a stupirsi.