Nel nome di Marta. Con i fondi raccolti master e formazione per i primi camici

La campagna a favore della Terapia intensiva neurochirurgica prosegue grazie all’associazione nata in ricordo della quindicenne.

Nel nome di Marta. Con i fondi raccolti master e formazione per i primi camici

Nel nome di Marta. Con i fondi raccolti master e formazione per i primi camici

"Ciao, ma quanti siete? L’avevo detto a mamma e papà di non esagerare". Marta Roncoroni compare sul palco buio sotto forma di un cono di luce colorata, dialoga con il pubblico attraverso la voce delle sue amiche, compare fra una coreografia e l’altra attraverso le foto e i brevissimi video che ne raccontano gli attimi più intensi e quelli più buffi: i viaggi con la famiglia, le amiche, le gag con il fratello Nicolò, l’adrenalina sportiva, l’apparecchio ai denti, il cane e il gatto dispettoso, l’arte e i sogni.

A 15 anni ha dovuto arrendersi alla malattia (un tumore al cervello scoperto al termine della corsa in ospedale per un’emorragia cerebrale) dopo avere combattuto per 40 giorni in terapia intensiva. Ma venerdì al teatro Manzoni di Monza, concesso dal Comune alla famiglia per un doppio spettacolo benefico che ha fatto il tutto esaurito (1.300 partecipanti) a favore del reparto dell’Irccs San Gerardo che è diventato la sua casa, è stato come se lei non se ne fosse mai andata. Marta è stata infatti il filo conduttore dello spettacolo “Amate la vita immensamente“, proposto dal papà Giovanni in collaborazione con la scuola didanza Lpe di Monza, le cui ragazze si sono esibite fra lacrime e sorrisi sulla coreografia della maestra Marzia Lorenzo.

Una presenza, quella di questa ragazzina bionda dagli occhi azzurri amante della vita, che continuerà ad accompagnare chi crede nel progetto lanciato dalla sua famiglia per trasformare in fiori "le spine che fanno sanguinare", dare cioè un senso a questo immenso dolore. Il risultato di questa straordinaria macchina fai da te della solidarietà si è tradotto in cifre e atti concreti. Con la sola raccolta online attraverso gofundme la solidarietà è arrivata a quota 175mila euro, a cui si aggiungono le donazioni raccolte con il doppio spettacolo di inizio primavera. "Una cifra che merita rispetto – ha spiegato il papà Giovanni salendo sul palco a fine spettacolo con la mamma Sara e con il fratello Nicolò –. Ci piacerebbe pensare che questa cifra possa ripagare quello che Marta è costata alla terapia intensiva neurochirurgica in termini di cure per tentare di salvarla, ma purtroppo non è così".

Almeno per ora, perché la raccolta continua. Il gesto spontaneo generato dal lutto si è infatti trasformato in qualcosa di concreto e duraturo. "Per una gestione trasparente e per andare avanti, abbiamo deciso di costituire un’associazione intitolata a Marta, registrata a fine febbraio con l’obiettivo di supportare i pazienti con danno neurologico grave, i loro familiari e chi si occupa di loro, sostenendo la formazione medico-infermieristica soprattutto in ambito pediatrico".

Sul palco, ad abbracciare la famiglia, una parte dei medici e degli infermieri (gli altri erano di turno in terapia intensiva) che hanno sostenuto Marta in questi terribili 40 giorni, guidati dal direttore Giuseppe Citerio, che ha spiegato al pubblico come verranno spesi i fondi raccolti.

"Per quest’anno abbbiamo pensato a programmi di formazione del personale – ha annunciato –. Già da aprile il personale a coppia frequenterà stage e master in tre ospedali, attraverso collaborazioni con il Gaslini di Genova, il Policlinico Gemelli e l’Ospedale dei bambini Meyer di Firenze". L’associazione Marta Roncoroni (iban IT39L0326820400052220995720) proseguirà con la raccolta fondi, ma anche con iniziative di sensibilizzazione sul tema del dono agli altri. Già venerdì sera il foyer del teatro Manzoni ha ospitato i banchetti di due associazioni, Avis e Aido, "per proseguire il compito che ci ha lasciato Marta". In mezzo, un ringraziamento speciale che è anche simbolo di speranza: alla dottoressa Veronica, la prima a intervenire con l’automedica per soccorrere Marta: "Il suo è stato l’utimo servizio prima di andare in maternità".