Monza, la città delle donne. Viaggio nell’altra storia: da Teodolinda e Margherita fino all’impresa del cappello

Tanti i simboli nascosti: dalla Luna Rossa alle cariatidi di largo Mazzini e alla Principessa delle rane. Il Centro documentazione Residenze Reali racconta come la Villa fu cambiata dalle sue padrone di casa.

Monza, la città delle donne. Viaggio nell’altra storia: da Teodolinda e Margherita fino all’impresa del cappello

Monza, la città delle donne. Viaggio nell’altra storia: da Teodolinda e Margherita fino all’impresa del cappello

Da Teodolinda alla regina Margherita. Dalla sfortunata Marianna De Leyva, la monaca resa nota da Alessandro Manzoni, fino alla leggendaria principessa delle rane che domina la fontana della piazza sotto l’Arengario. Benvenuti nella città delle donne. Già, perché la storia di Monza ha sempre parlato al femminile. Appartiene all’altra metà del cielo persino il suo simbolo: quella luna rossa in campo bianco che ancora oggi si può trovare sulla casa più antica della città.

Dalle donne più note, le regine, fino alla quotidianità di tante operaie impegnate nei cappellifici o nelle tessiture, il Centro documentazione Residenze Reali dedica quest’anno un calendario di quattro appuntamenti sostenuti dal Comune. Obiettivo: far conoscere l’altra storia, quella che, spiega l’architetta del CdRR Debora Lo Conte, organizzatrice di tre delle quattro tappe del progetto, si trova a fatica nei libri, ma che si può leggere nelle stanze della Villa Reale, nelle facciate degli edifici in stile liberty con le cariatidi femminili che spiccano in largo Mazzini, o nella genealogia delle prime famiglie industriali. Un esempio? Chi ricorda oggi il nome di Genoveffa Corsiglia, vedova di Francesco Valera, diventata imprenditrice ereditando il cappellificio del primo marito nel 1879 e continuando il lavoro con il secondo, Carlo Ricci? Una pioniera della rivoluzione industriale.

L’iniziativa si chiama “Donne controcorrente“, un percorso in quattro tappe che parte questo sabato per concludersi il 9 aprile. "Appuntamento alle 17 in Sala Maddalena con le regine d’Italia raccontate da Luciano Regolo, autore delle biografie di Margherita di Savoia, Elena di Montenegro e Maria Josè del Belgio, che dialoga sul loro ruolo con Elena Riva", anticipa la presidente del CdRR, Marina Rosa. Il giorno dopo alle 10 un’esperienza sul campo, dedicata alle donne controcorrente in Villa Reale.

Se è vero che la storia del Duomo nacque da un sogno della regina dei Longobardi, Teodolinda, e che la nascita della Villa Reale è dovuto ai finanziamenti di Maria Teresa d’Asburgo, fu soprattutto Margherita a dare un’impronta personale potente alla reggia.

Margherita arrivò a Monza nel 1868, dopo il viaggio di nozze. La Villa era stata donata da Vittorio Emanuele II a lei e al marito Umberto. Alla dimora di proprietà della coppia di eredi al trono Margherita diede subito un’impronta personale, arredandola fittamente e con decorazioni sovrabbondanti, lo stesso stile del suo abbigliamento, caratterizzato da orecchini e tante collane. La svolta con la salita al trono di Umberto I e la riorganizzazione di alcuni spazi importanti come l’atrio e l’arrivo di novità tecnologiche come la corrente elettrica, con la luce e l’ascensore, il telefono, nuovi sistemi di riscaldamento. Le ultime trasformazioni volute da Margherita risalgono agli anni Novanta, con l’architetto Achille Majnoni d’Intignano, di cui l’opera più significativa è la Biblioteca lignea, in uno spazio raddoppiato rispetto all’originale, a testimoniare gli interessi culturali di Margherita e del suo celebre salotto.

Completamente diversa la regina Elena, la nuora di Margherita, che ebbe occasione di visitare la Villa. In suo nome fu realizzato il bagno nell’appartamento del marito, il principe di Napoli. Una coppia caratterizzata da un approccio alla vita molto borghese, come fu borghese la scelta, tutt’altro che scontata, di condividere lo stesso appartamento e la camera da letto.

Un’altra sovrana importante per la Villa fu la viceregina Augusta Amalia di Baviera, moglie di Eugenio di Beauharnais: sono improntati a lei e al gusto napoleonico i primi ambienti che si visitano, così come a lei si devono la nascita del Teatrino di Corte, da poco restaurato, e il riallestimento della cappella. Così come parla di Amalia Villa Mirabelino nel Parco, apprezzata secondo una dimensione più intima della casa. Meno noto il ruolo della donna nella prima coppia di inquilini della Villa, Maria Beatrice, moglie di Ferdinando. Si sa dai documenti che aveva un fondo a sua disposizione per gli arredi, ma i francesi portarono via tutto.

E fuori dalla Reggia, anche la città porta i segni delle donne. Segni femminili che troviamo nei Musei civici (visita guidata il 23 marzo alle 10) e nel centro storico (7 aprile alle 10), ricchi entrambi di testimonianze che fanno da contraltare alle donne più celebrate: le monache e i loro conventi, simbolo di una vita diversa a quella della vocazione forzata della “sventurata“ Gertrude, o i cappellifici, dove centinaia di donne venivano trattate in modo ben diverso dalle regine che vivevano nel lusso poco lontano.