La bandiera della pallacanestro . Orazio, l’Aurora nel cuore: "Impossibile vivere senza"

Classe 1935, tra i fondatori della storica squadra di basket, da 60 anni è sempre in campo. Prima giocatore, poi dirigente e anche segretario, adesso tifoso in allenamento e alle partite.

La bandiera della pallacanestro . Orazio, l’Aurora nel cuore: "Impossibile vivere senza"

La bandiera della pallacanestro . Orazio, l’Aurora nel cuore: "Impossibile vivere senza"

Con l’Aurora è stato un vero e proprio matrimonio che dura da sessant’anni. E le nozze di diamante di Orazio Mariani con la storica società desiana (non ne abbia a male la moglie Adele) sono state festeggiate con qualche giorno d’anticipo a Giussano dove gli è stata consegnata la stella di bronzo al merito sportivo del Coni. L’Orazio, come lo conoscono tutti a Desio, è un’autentica istituzione per la società fondata nel 1922 come polisportiva. L’Orazio è la pallacanestro a Desio. È del 1935, inizia a giocare a metà degli anni Cintanta nell’allora Libertas, poi nel 1964 entra a far parte della neonata sezione cestistica dell’Aurora. E non ne uscirà più. Anche dopo il distaccamento dalla polisportiva datato 1979. Prima giocatore, poi dirigente, storico segretario, ancora oggi, tutti i giorni è al PalaMoretto (l’Aldo Moro), mattina, pomeriggio e sera se ci sono le partite. Un esempio.

Bisogna partire dall’inizio, com’era la pallacanestro a Desio negli anni Cinquanta e poi negli anni Sessanta quando nacque l’Aurora?

"Quando ho iniziato mi ricordo che si giocava all’aperto e se c’erano freddo, nebbia, neve, niente scuse, ci si allenava e si tirava. Mi ricordo il campetto dove attualmente c’è la Pro Loco e poi l’attuale centro sportivo. Con l’Aurora gioco appena 2-3 anni, ho superato i trenta e inizia la mia carriera da dirigente. Mi occupavo dei tesseramenti, tenevo i rapporti con la Federazione. Mica c’erano i computer, le piattaforme online. Si prendeva l’auto e si andava a Milano a fare i calendari. Ci si conosceva tutti alla fine, c’era il contatto umano, adesso si fa tutto col pc. Non mi piace per niente".

Sessant’anni di Aurora: quante persone ha visto e conosciuto dal 1964 a oggi. Chi le più care?

"L’Enrico Sala, Bufalo per tutti. Era un mito del basket desiano, aveva la maglia numero 9 e tutti i ragazzini volevano indossarla per emularlo. Ci vediamo ancora tutti i giorni. E poi il presidente Gianluigi Bologna che ci ha lasciato troppo presto. Aveva idee moderne. Lui, il palazzetto per la Serie A, l’avrebbe costruito negli anni Ottanta, da qualche parte ho ancora i disegni dei progetti".

E chissà quanti ricordi… Il più bello?

"La promozione dalla B alla A2 con la vittoria a Bologna contro Montegranaro. La festa in piazza con Virginio Bernardi. E l’anno dopo i primi due americani a Desio".

Partita che lei non vide, tra l’altro. Non amava le trasferte…

"Troppa tensione, mi agitavo. Ci sono andato pochissime volte. L’ultima forse è stata a Cremona: noi primi, loro ultimi. Perdemmo e da quella volta basta. Capitava anche di raggiungere la città della partita e poi girare in centro senza entrare al palazzetto".

Non sogna ancora una polisportiva a Desio sotto nome Aurora?

"Non vanno più di moda. Quelle esistenti sono sopravvissute negli anni".

Ma senza l’Aurora come se la immagina la sua vita?

"Non me la immagino. Impossibile. Forse avrei giocato a tennis, un’altra mia grande passione".

In palestra lei c’è sempre.

"Sì, non ho più incarichi ufficiali, ma son lì tutti i giorni. Mi trattano come un vecchietto (lasciandosi scappare un sorriso), non mi fanno alzare un peso, io mi arrabbio e dico “Va ben tuscos, ma sun minga muribund!“".