Lavoro e figli, quando conciliarli è un incubo: “Ho nascosto la gravidanza fino all’ultimo per salvare il posto”

Le storie di discriminazione e soggezione raccolte dai sindacati a Monza: “Ai colloqui sono stata scartata perché sono mamma. E le mie amiche fingono di essere single”

I sindacati raccolgono testimonianze tremende da parte delle donne
I sindacati raccolgono testimonianze tremende da parte delle donne

Monza – Sono lavoratrici, mamme, sono giovani e meno giovani, con sogni, aspirazioni. Sono semplicemente donne che ancora oggi vivono maltrattamenti e discriminazioni. Ogni giorno. Caterina Barone ha 36 anni. Riceve il reddito di cittadinanza. Da due anni e mezzo fa la volontaria per l’Auser, occupandosi di contabilità e amministrazione. Siciliana di origine, vive a Monza da 7 anni, dove ha lavorato come operaia di produzione in una ditta poi fallita a ottobre 2018. Da allora è disoccupata, ma ha fatto una decina di colloqui. E ogni volta le è stato posto come problema il fatto di essere madre.

"In un call center di Desio ad esempio hanno preferito prendere una signora di 61 anni che non ha figli – racconta Caterina –. Mi chiedevano sempre se avessi figli o se fossi fidanzata o sposata. Questo è successo anche alle mie sorelle di 33 e 20 anni e a molte donne che conosco. E così molte preferiscono dire che sono single".

Per chi invece un lavoro ce l’ha la discriminazione assume connotazioni diverse. Giulia, brianzola di 40 anni, è stata assunta nel 2015 come addetta in un call center, ma già dopo tre mesi si è trovata a ricoprire un ruolo di maggiore responsabilità (pur mantenendo lo stesso contratto), con incarichi di contabilità e commercializzazione.

"Ho avuto paura di andare in maternità nel 2017 – dice con un senso di apprensione non ancora del tutto smaltito –. Ho tenuto nascosta la gravidanza fino all’ultimo e ho lavorato fino al nono mese. Il lavoro in sé era molto impegnativo, ero costretta a proseguirlo anche fuori dall’orario, la sera, dopo cena, anche durante assenze per malattia o festività. Sono arrivati a dirmi: “Metti a letto le bambine se no non farai mai in tempo a finire”.

"Anche la 104, che avevo per diritto – prosegue –, potevo prenderla solo per qualche ora che poi avrei dovuto recuperare, e per le figlie non ottenevo permessi. Nel 2019 ho iniziato ad ammalarmi d’animo, ho perso 40 chili in due anni, e vivevo di tranquillanti". "Nel settembre del 2022 – conclude – ho avuto un esaurimento e poco dopo mi sono dimessa per giusta causa. Grazie alla vertenza sindacale presentata con la Cisl, ho ottenuto un risarcimento tramite conciliazione. Denunciare queste realtà è possibile e non è vero che dopo la vita è finita. Ora faccio un altro lavoro e ho ricominciato a vivere".

Ricominciare a vivere è quello che vorrebbe fare anche Anna, dopo la sua ultima esperienza lavorativa, intersecata alla vita personale. Dal datore, che era anche suo marito, ha subìto violenza fisica e verbale, nonché costanti minacce. Inquadrata come part time (con un periodo anche in nero), lavorava in realtà come full time, occupandosi di tutta la parte amministrativa. Il datore, brianzolo, la discriminava anche perché di origine meridionale, sottoponendola a continue vessazioni che le hanno causato problemi di natura psichica. "Esercitava su di me manipolazioni psicologiche – dice turbata –. Voleva potere mentale su di me e quando si è accorto che non glielo concedevo ha iniziato con la violenza fisica. Sono stata sottopagata, sfruttata, sottomessa. Mi diceva “Tu non sei nessuno”, “Obbedisci“. Ora anche grazie al sindacato ho trovato il coraggio di andarmene e denunciare. C’è anche un procedimento penale in corso. Nel frattempo voglio tornare a vivere, insieme ai miei due figli, riprendermi, dopo tanti anni, la mia dignità".