Gligorov il provocatore. L’arte con il brivido del rischio: "Apriamo gli occhi al mondo"

Il genio macedone porta a Monza le sue sperimentazioni nel segno dell’avanguardia: "Ecco i miei frammenti di verità, serve una scossa per uscire dal commerciale e dal decorativo".

Gligorov il provocatore. L’arte con il brivido del rischio: "Apriamo gli occhi al mondo"

Gligorov il provocatore. L’arte con il brivido del rischio: "Apriamo gli occhi al mondo"

Provare a guardare avanti. Prendersi il rischio della ricerca, della sperimentazione. In una parola, dell’avanguardia. Una spinta propulsiva che prova a sondare la vita per offrire un frammento di verità. È quello che fa con le sue opere Robert Gligorov, artista macedone che da anni vive e lavora a Milano. Un “provocatore“. Capace di creare un un corto circuito sensazionalistico tra reale e immaginario, volendo scandalizzare o addirittura disturbare. Come si vede nella mostra “At a loose end“, allestita fino a domenica 31 negli spazi della galleria monzese Maurizio Caldirola Arte Contemporanea. In esposizione creazioni visionarie e originali, come l’installazione “Bond Legacy“, 100 chili di corda di canapa vorticosamente intrecciata e annodata, a simboleggiare il legame, l’eredità che lasciamo agli altri.

Sono opere diverse dai lavori precedenti, perché?

"Ho sempre evitato la cifra, lo stile e ho sempre puntato sull’idea. Un artista può fare dipinti, sculture, film, performance: sono tutte parti di una costellazione del proprio immaginario date a frammenti. Per queste opere ho usato un atteggiamento tra informale, action painting e gestuale: li ho sintetizzati e nel gesto viene fuori la mia firma. Cambia il medium, ma a me interessa l’idea".

Quanto ha a che fare l’avanguardia?

"Sembrerebbe che l’avanguardia sia finita, oggi c’è un grande ritorno, eccessivo, alla pittura e questo rallenta la spinta creativa: in questo momento gli artisti non rischiano, come se avessero paura. Questo mancare l’avanguardia e puntare più su aspetti commerciali e decorativi frena il fare arte contemporeanea. Ma non è detto che da una difficoltà sociale a livello mondiale non nascano poi cose che rimarranno".

Manca l’innovazione?

"C’è il rischio della ripetizione, perché le opere sono tante e il mondo è grande, tutte le idee sono indagate, sondate. Un artista fa una proposta, applicando le sue competenze: a volte riesce e a volte no. Io mi pongo ancora nella maniera rischiosa di uno sperimentatore, dell’avanguardia. Quando uno fa arte non lo fa per un pubblico, ma per sé stesso: è un modo per conoscere sé stessi. La pratica del fare è come una pratica zen: il viaggio è ciò che dà senso alla vita, non i risultati. Così è l’arte. L’artista cerca di combinare una possibilità, per cercare il senso del perché esistiamo. E i contenuti che abbiamo sono donati da altri soggetti, che ci passano un testimone e che noi portiamo avanti, in questa ricerca".

Chi è oggi l’artista?

"Se un artista è vero non lo fa come scelta professionale, ma come una missione: l’arte non è una cosa che si sceglie, ma una cosa che ti sceglie. Poi, certo, c’è il sistema dell’arte e a tutt’oggi esiste una censura, anche se ci pensiamo liberi. L’artista forse è l’unico che può rischiare e a volte si prende la briga di dire qualcosa che il mondo non ha il coraggio di dire o di sentire. L’arte deve mettere di fronte a un piccolo assaggio di verità. Davanti all’arte non sai perché ti piace ma c’è qualcosa che ti trasmette un’energia che ti fa venire voglia di uscire e fare. L’artista si prende dei rischi, anche legati alla sua vita: non guarda alle esigenze di mercato, frena il mare di informazioni che corre accanto a noi e lo guarda per creare qualcosa che non è narrativo ma simbolo. Dell’arte non si può fare a meno. Ma oggi manca un’opposizione, un contenzioso ed è un grosso limite: si ha sempre bisogno di chi è contro, perché stimola a fare meglio. Probabilmente Navalny era un avanguardista. Il difficile è mantenere quella rabbia originaria, il denaro ti anestetizza. Per questo l’artista ha sempre bisogno del confronto: l’arte è sempre collettiva, all’artista isolato non ci credo".