il capitano dell'Olimpia Milano Andrea Cinciarini con moglie e figlio
il capitano dell'Olimpia Milano Andrea Cinciarini con moglie e figlio

Milano - Dall'incredibile ritmo di una partita giocata ogni tre giorni che scandisce la stagione dell'Olimpia Milano, di colpo il ritmo del basket è diventato il lento ticchettio dell'orologio che scandisce le giornate di una quarantena necessaria, ma a cui nessuno è abituato. Ovviamente neanche il capitano biancorosso Andrea Cinciarini, simbolo dell'energia e dell'intensità della squadra, ora diventato papà e marito a tempo pieno tra le mura casalinghe. «Come facciamo tutti d'altronde - dice il play milanese - è una situazione imprevedibile, che si vive con un po' di preoccupazione perchè i numeri, purtroppo sono diventati importanti. Seguo quel che dice il governo, rimango in casa con mia moglie Alessia e mio figlio Alessandro, metto piede fuori di casa solo per far uscire il cane".

Cosa fa un atleta per mantenersi in forma in una situazione come questa?

«Ovviamente non c'è nulla di realmente organizzato, come se fosse un programma estivo perchè una reale scadenza non c'è, ma devo dire che il nostro staff dell'Olimpia sta facendo un grande lavoro con una scheda personalizzata per tutti i giocatori con esercizi diversi alternati nei giorni tra movimento, forza e stretching. Io provo anche a integrare poi guardando su Youtube anche quello che fanno altri atleti di altri sport, mi piace scoprire qualcosa di nuovo e imparare«.

Sui social abbiamo visto che si allena con tutta la famiglia?

«E' il modo per provare a rendere un po' più leggera questa situazione e divertirsi tutti insieme, in particolar modo per mio figlio Alessandro che ha 4 anni. E' dura per tutti stare 24 ore al giorno a casa. E' un'ora al giorno in cui tutti ci muoviamo, con la musica o con la televisione o con i giochi provando a coinvolgere lui e mia moglie per fare in modo che sia un bel passatempo per la famiglia e non solo il mio allenamento.

Come detto, però, manca la parola fine alla scheda di preparazione.

«Da lunedì abbiamo iniziato la seconda settimana che, ovviamente ci è stata aggiunta solo negli ultimi giorni della scorsa. Penso che, purtroppo, verso la fine di questa ci arriverà la terza scheda, ma non c'è una soluzione diversa fino a quando non ci sono date con cui programmare. Bisogna cercare di rimanere un minimo in forma se si dovesse ripartire«.

Appunto, la ripartenza. Sarà possibile secondo lei?

«Onestamente devo dire che in questo momento parlare di sport mi sembra poco rispettoso di tutto il personale sanitario che sta facendo un grande lavoro, ma è ancora nel pieno dell'emergenza. Ma se devo proprio  dirlo è ovvio che un giocatore avrebbe voglia di tornare a giocare quanto prima. Se a maggio, anche inoltrato, ci dovessero essere le condizioni ne sarei felice, anche se questo dovesse portarci a giocare fino ai primi di luglio. Ora, però, è davvero prematuro. Quasi non si sa come sarà la giornata di domani, figuriamoci tra due mesi. Più che altro è una speranza, significherebbe che la situazione generale è migliorata«.

Intanto si rimane in casa. Ha fatto qualcosa di particolare con la famiglia che non aveva mai il tempo di fare con la quotidianità dei mille spostamenti?

«La cosa più bella, davvero, è passare tanto tempo insieme a loro. Facciamo puzzle, giochiamo a Uno, Memory, a fare il mimo. Tutti insieme. Come i pranzi e le cene, è bello. Anche in cucina stiamo giocando, facciamo come se fosse Masterchef, io e mia moglie ci alterniamo in cucina e poi ci diamo i voti insieme ad Alessandro«.

Daniele, suo fratello, gioca in Serie A alla Fortitudo. Vi state scambiando particolari esperienze?

«Anche lui è rimasto nella città dove gioca e anche a Bologna la situazione non è particolarmente bella ovviamente. Lui gioca con la sua bimba, ogni tanto ci sentiamo, non è facile per nessuno«.

Da passare giorno dopo giorno, fianco a fianco, a non vedersi più per settimane. Com'è il rapporto con la squadra?

«Whatsapp e Facetime sono diventati strumenti fondamentali, anche per vedersi. In tanti abitiamo a 50 metri di distanza, ma non possiamo neanche vederci. E' davvero strano. Il gruppo su Whatsapp è sempre attivo, la lingua ufficiale l'inglese, così da far partecipare tutti, anche se non mancano anche simpatici miscugli delle nostre lingue in formato esperanto per mostrare la nostra vicinanza. Siamo tutti sulla stessa linea, adesso è la salute quello che conta«.

Da capitano cosa vuol dire alla sua squadra?

«Restiamo in casa, seguiamo quello che dicono gli esperti, passiamo tempo con la famiglia e godiamoci il tempo con loro. Manteniamo l'energia e la voglia di tornare a correre dietro al pallone per quando si potrà tornare. Ma ora gli eroi di cui si deve parlare sono solo i medici e gli infermieri«.

In questi giorni ha notevolmente aumentato l'uso dei social. Qual è il rapporto con questa tecnologia?

«E' ovviamente un modo per interagire con le persone e anche per non far mancare la nostra vicinanza ai nostri tifosi. In tanti mi chiedevano come facevo una cosa piuttosto che l'altra. Così lo possono vedere direttamente. E' importante mantenere il rapporto con il pubblico«.

Proprio i tifosi, ha vissuto due partite a porte chiuse prima dello stop. Si potrà ripartire anche così?

«Sono state le mie prime partite a porte chiuse della carriera. E' ovvio che con il pubblico è un'altra cosa. Certamente non è la cosa migliore, però devo dire che a porte chiuse c'è stata una sensazione strana, eravamo proprio solo noi contro gli avversari, ci sentivamo tutti, a Valencia la vittoria allo scadere ci ha fatto esplodere in un gesto liberatorio. Ovvio che deve essere una cosa transitoria, lo sport si fa con i tifosi e non vedo l'ora di rivivere quelle emozioni con il pubblico«.