Enrico Nigiotti
Enrico Nigiotti

Milano, 31 gennaio 2020 -A lui le canzoni d’amore portano fortuna. Così dopo aver cantato quello familiare con “Nonno Hollywood”, Enrico Nigiotti si ripresenta al Festival con un pezzo che fin dal titolo lascia poco spazio ad attese diverse: “Baciami adesso”. L’assaggio di un nuovo album, “Nigio”, nei negozi il 14 febbraio. San Valentino. A Sanremo ci puoi andare anche nove volte di seguito come Milva, ma ogni volta sarà un film diverso. E lui lo sa. "Un anno fa c’erano meno certezze e paradossalmente mi sentivo più tranquillo di questa volta che la strada sembra più sicura. Le sorprese, infatti, possono sempre annidarsi dove non te l’aspetti".

Perché un pezzo d’amore?
"Se parli d’amore, pure la persona più riservata ha qualcosa da dirti. “Baciami adesso”, però, non può essere incasellata tanto facilmente, perché non parla dell’inizio di un amore, né tantomeno della fine. Questo la rende accessibile a chiunque".
Però parla di persone che “si ringhiano” da lontano ma si vogliono più vicine.
"Racconta di quei momenti di crisi che ammanettano l’istinto e la voglia per privilegiare razionalità e orgoglio. Ma poi a vincere sono i silenzi. Credo che tante storie d’amore siano naufragate sulle troppe parole".
Meglio tacere, dunque.
"Facendo il cantautore, vivo di parole. Eppure penso che in amore sia meglio baciarsi che star lì a parlare. L’amore è fatto sì di parole ma soprattutto di tenerezze, abbracci e di baci".
Pezzo autobiografico.
"Assolutamente. Non sono capace a scrivere cose di fantasia perché vivo troppo o, magari, perché non sono abbastanza bravo. Fatto sta che per me le canzoni sono sedute analitiche; mi obbligano a guardare dentro e spesso se ne escono già con la risposta alle domande con cui mi sono messo a lavorare".
“Nigio” è un disco d’amore?
"No, quello di Sanremo è l’unico pezzo d’amore che c’è. Il disco parla della vita, della strada, focalizza aspetti di vita camminata, non solo pensata. L’ho inciso a Bologna con Paolo Valli, figlio di Celso".
Che aspettative ha?
"Sto cercando di costruirmi un pubblico teatrale. E la cornice teatrale è molto diversa rispetto a quello dei club. Lì, oltre alla musica, contano i testi. E contano pure le tue capacità di musicista. Quindi vado in scena all’Ariston pensando al pubblico per cui canterò nei concerti, non alla gara".
Perché ha scelto di portare alla serata-tributo dei 70 anni di Sanremo “Ti regalerò una rosa”. E di seguirla con Simone Cristicchi?
"Perché è un pezzo che avrei voluto tanto scrivere io. Quando l’ho scoperto avevo quasi vent’anni. Pure nel privato Cristicchi è una persona straordinaria; un uomo assolutamente all’altezza dell’artista".
Altri emblemi della storia del Festival?
"Il Vasco di “Vita spericolata” o il Cristiano De André di “Dietro la porta”. Ma anche Mia Martini, che meriterebbe di essere ricordata come la nostra Edith Piaf".