ANDREA GIANNI
Economia

La parità dei sessi in banca? Solo nei numeri: "Donne confinate all’area impiegatizia". Penalizzati anche i papà

Milano, solo il 33% delle donne arriva alla posizione di quadro e lo 0,7% diventa dirigente, riflessi su stipendi e pensioni. Lo attesta un’indagine della Fisac-Cgil.

Uno sportello di una banca: anche qui fare carriera è più difficile per le donne

Uno sportello di una banca: anche qui fare carriera è più difficile per le donne

Milano, 11 marzo 2024 – La parità tra uomini e donne, nel settore bancario, è stata raggiunta solo in termini numerici, perché c’è una sostanziale equivalenza tra lavoratori di sesso maschile e femminile. Le differenze restano pesanti, però, quando si tratta di fare carriera e di raggiungere posizioni dirigenziali. Un divario che, giocoforza, si fa sentire anche sui salari, e poi sulle pensioni, nella città “quartier generale“ dei principali gruppi bancari e assicurativi. Una fotografia che emerge da una rilevazione della Fisac-Cgil Lombardia, sulla base di dati nazionali ed elaborazioni sul territorio lombardo: "Esiste uno scalo di impietosa evidenza che divide le bancarie nel passaggio all’area dei quadri direttivi". La maggior parte delle donne, quindi, resta ferma al livello impiegatizio, con dinamiche immutate nel tempo nonostante le campagne e i buoni propositi sul lavoro femminile e la riduzione del gender pay gap.

Da un’indagine condotta nei cinque principali gruppi bancari il cui campione è rappresentativa di oltre la metà dell’intera popolazione bancaria (contratto Abi) e in cui la presenza di genere è praticamente paritaria (76.284 donne a fronte di 76.655 uomini a livello nazionale) la distribuzione di genere nelle categorie professionali del campione fa emergere come le impiegate siano il 65% (54% gli uomini), i quadri donne il 33% (43% gli uomini) e lo 0,7% le donne dirigenti (1,3% gli uomini). Emerge quindi il fenomeno della "segregazione verticale": alle donne vengono preclusi i ruoli apicali e restano confinate nell’area impiegatizia.

“I fattori sono molteplici – spiega Simona Pedrali, segretaria della Fisac-Cgil Lombardia – ma una delle cause scatenanti del divario resta sempre la maternità. Sono tantissime le donne che, quando hanno un figlio, al rientro dalla maternità optano per un orario part time o per scelte che finiscono per precludere possibilità di carriera. Sono ancora molto rari gli uomini che usufruiscono dei congedi facoltativi e, quando succede, notiamo che vengono esclusi da avanzamenti di ruolo e opportunità professionali, con dinamiche penalizzanti simili a quelle che subiscono le donne. Resta un forte problema culturale che non si riesce ancora a scalfire, nonostante il lavoro femminile rappresenti una grande risorsa per il mondo bancario".

Da questa base partono le richieste messe sul tavolo dalla Fisac-Cgil: "L’introduzione di politiche trasparenti per la valutazione e la promozione basate sul merito, la realizzazione di una maggiore flessibilità lavorativa che non penalizzi in termini retributivi, e l’implementazione di misure di supporto quali servizi di cura accessibili e congedi parentali equi". Durante la trattativa che ha portato al recente rinnovo del contratto nazionale di lavoro del settore bancario sono state avanzate una serie di proposte per colmare il divario salariale che "solo in parte sono state approvate", come la retribuzione piena per i periodi di astensione dal lavoro per maternità a rischio. E le donne, non solo nella banche, "continuano a subire un gap salariale ingiustificabile".