Van de Sfroos porta il suo “Manòglia” nei teatri lombardi: “Un disco di canzoni in bilico tra luci e ombre”

Il cantautore lariano inizia questa sera ad Arcore il tour. Tutto verrà portato anche agli Arcimboldi, “cosa che ci emoziona ed esalta”

Il cantautore folk Davide Van de Sfroos
Il cantautore folk Davide Van de Sfroos

Milano – Seduto sotto le fronde di magnolia, anzi di “manòglia” come la chiama sulla copertina del suo ultimo album, Davide Van de Sfroos è pronto ad affrontare i palcoscenici con un’offensiva live focalizzata sui teatri lombardi. Si inizia stasera dal Nuovo di Arcore, per proseguire il 16 febbraio al Tirinnanzi di Legnano e ancora il 23 al Giuditta Pasta di Saronno, il 24 al Sociale di Sondrio, il 29 agli Arcimboldi di Milano, il primo marzo alla Sala Argentia di Gorgonzola, il 21 e 22 marzo al Cenacolo Francescano di Lecco, il 5 aprile al Gavazzeni di Seriate, il 6 al Sociale di Como e il 13 al Teatro di Varese.

Bernasconi, un tour sì, ma de force, si direbbe.

"Sia io che la band siamo molto soddisfatti e divertiti. È stato bello giocare con nuove ritmiche sui brani di ‘Manòglia’ concedendogli una veste adatta al palco. È stato interessante arrangiare brani antichi in modo diverso senza togliere loro il carattere originario. La grande quantità di strumenti che porteremo sul palco ci permetterà di usare sfumature molto varie. Tra meno di un mese tutto questo verrà portato anche sul palco degli Arcimboldi di Milano, cosa che ci emoziona e ci esalta".

Portare l’album nei teatri è un modo per offrirgli nuove letture.

"Penso che ‘Manòglia’ sia più un disco di sussurri che di grandi battiti, un disco di canzoni in bilico tra luci ed ombre. Un disco che va controcorrente, non insegue le hit parade e il mainstream".

Ne parla come un disco sulle fragilità umane.

"Sì, ma non sono narrate con disperazione, piuttosto con quella luce che illumina nuovi orizzonti. Insomma, un inno alla vita. La natura non prende la mira, arriva nel bene o nel male: un raggio di sole, così come una tempesta, toccano tutti, buoni e cattivi. Noi invece la natura, che può essere estremamente generosa ma anche inevitabilmente prepotente, spesso la usiamo senza capirla".

“Manòglia”, perché?

"La storpiatura dialettale me l’ha suggerita il fatto che gli spazzini di Mezzegra nel corso delle epoche abbiano chiamato questa magnolia alta come un palazzo ‘manòglia’ anche in senso affettivo, per il fatto di essere diventata il simbolo secolare del paese, testimone del tempo tanto in pace che in guerra. Un totem della comunità".

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