Sergei Babayan suona Bach a Milano: le Goldberg e l’incanto della musica: “Fonte inesauribile di meraviglia”

Il celebre pianista protagonista lunedì delle Serate Musicali in Sala Verdi-Conservatorio: “Da bambino ho imparato che ogni musicista ha due patrie, quella in cui è nato e l'Italia”

Sergei Babayan

Sergei Babayan

Milano, 18 febbraio 2024 – È il 1989 quando il pianista Sergei Babayan esce dall’Unione Sovietica per una tournée internazionale, un successo straordinario che cambierà non solo la sua vita ma anche la storia del pianismo. L’artista armeno, cittadino americano, maestro di Daiil Trifonov, si esibisce per Serate Musicali, lunedì Sala Verdi- Conservatorio, ore 20.40, in programma di Bach le “Variazioni Goldberg”.

Maestro, cosa significa per lei suonare a Milano?

«Da bambino ho imparato che ogni musicista ha due patrie, quella in cui è nato e l'Italia. Non ho parole per descrivere la sensazione che provo quando mi esibisco qui e incontro un pubblico speciale».

Perché dovremmo ascoltare le Variazioni Goldberg?

«Bach insegna a tutti noi a diventare migliori. La sua musica – le Variazioni nella forma più concentrata- è una fonte inesauribile di calore umano, gentilezza. Le Variazioni ci fanno a volte danzare, altre riflettere su noi stessi, sull'infinita bellezza del creato, ci danno l'armonia di un equilibrio trascendentale, ci aiutano a guarire e a rivolgerci gli uni agli altri con generosità».

Cosa significano per lei queste Variazioni?

«Per un musicista è normale innamorarsi di un'opera e poi, dopo qualche tempo, disinnamorarsene per dedicarsi a qualcos’altro. Le Goldberg sono l'unica opera d'arte che è sempre stata al centro della mia vita, fin da quando ho iniziato ad ascoltarle da ragazzo. Le ascoltavo ogni giorno, quando ho capito di conoscerle a fondo, le ho suonate, ogni giorno. Mi accompagnano da allora eppure, scopro sempre cose nuove con loro. Le Variazioni Goldberg sono la prova più bella dell'esistenza di Dio; l'immaginazione umana da sola non avrebbe potuto creare nulla di simile».

Cosa crede di avere ricevuto dall’Armenia?

«Sarei un artista diverso se fossi cresciuto in Europa. L'antica musica corale armena ha avuto una grande influenza su di me; la sua elaborata polifonia e la ricchezza di calore melodico e profondità spirituale hanno lasciato un segno profondo nella mia mente musicale».

E da altri paesi?

«I miei insegnanti armeni e russi erano discendenti delle più grandi scuole pianistiche della Russia e dell'Europa. La scuola russa deriva direttamente da quella europea. Heinrich Neuhaus, i cui allievi sono diventati i miei insegnanti a Mosca, ha studiato con Godowsky a Vienna. In America ho suonato per veri artisti, allievi di Arthur Schnabel. Mi piace pensare a tutti gli straordinari musicisti che ho incontrato nella mia vita, compresi quelli più giovani, come a fonti di grande apprendimento per me. Ho avuto la fortuna di suonare in duo con Martha Argerich, che considero la mia insegnante più importante».

C’è un luogo a Milano che ama particolarmente?

«Quando non studio, suono mi piace camminare per le strade, osservare la gente, sentire le persone parlare mi dà la sensazione di chi sono. Ogni città ha un suono unico, ogni persona ha un carattere diverso. È così affascinante ascoltare la città».

 

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