Marcella Bella, 67 anni, esce con “50 Anni di Bella Musica”
Marcella Bella, 67 anni, esce con “50 Anni di Bella Musica”

Milano, 5 luglio 2019 - Da quella volta che ha preso il treno per Milano, lasciandosi alle spalle affetti, amici, prati, montagne e coniglio sono passati cinquant’anni. Ma lei, Marcella Bella, non rimpiange nulla. «Il primo impatto con la grande città fu un po’ tragico» ricorda. «Arrivai alla Stazione Centrale in hot-pants e un pellicciotto perché era inverno, ma faceva talmente freddo che mi si congelavano le gambe. Ero una ragazzina 16 anni e nella mia Sicilia certi rigori non li avevo mai provati. Oltre al freddo, scoprii la nebbia. Con mamma dormivamo in una pensioncina di Galleria del Corso, dove stava pure Mino Reitano, e in certi momenti della giornata la coltre era talmente spessa che non se ne vedeva neppure l’imbocco. Poi la città mi ha adottata e ho iniziato ad amare pure freddo e nebbia (che per altro non c’è più)». Ricordi virati in nostalgia di una vita in musica che la cantante catanese festeggia proprio in questi giorni con “50 Anni di Bella musica”, doppio album dal vivo attinto dal concerto di aprile al Brancaccio di Roma, con 22 canzoni in cui figurano pure Fausto Leali, Silvia Salemi e Donatella Rettore.

Scusi Marcella, da milanese acquisita perché il disco l’ha registrato a Roma?

«Perché a Milano avevo già fatto cinque puntate di ‘Serata Bella’ al Dal Verme. Cinque show su Rete 4 dedicati a Mio fratello Gianni, a Mogol, a Modugno, a Paoli, e a Bigazzi che ha firmato i miei più grandi successi del primo decennio. Ho scelto il Brancaccio perché, anche se può apparire paradossale, in cinquant’anni non avevo mai cantato a Roma. Ma nella seconda metà di ottobre ripeterò la serata a Milano, spero proprio al Dal Verme».

Com’è iniziata la sua storia nella musica?

«A scoprirmi e a farmi fare il mio primo provino discografico fu Mike Bongiorno. Avevo 14 anni. Un paio di anni dopo arrivò l’offerta dell’impresario Ivo Callegari, manager di Patty Pravo e Caterina Caselli, che mi fece firmare il mio contratto con la Cgd. Fu allora che mi trasferii al Nord, condividendo casa prima con mia madre e poi con Gianni. Non vivevamo ancora a Milano, ma in Emilia, vicino Sassuolo, perché Callegari era di lì e il grosso delle balere stava nella zona».

Quando si stabilì a Milano?

«Dopo il successo di ‘Montagne verdi’ presi una mansardina in Via della Spiga, che non era ancora Quadrilatero della Moda, ma una strada di botteghe con latteria, pizzicagnolo, macelleria e negozio di ortofrutta».

Un posto dell’anima?

«La zona di Corso Sempione, perché c’è la Rai e perché ci abitava Mike Bongiorno. La prima volta che venni a Milano, per il famoso provino, mi prese un hotel vicino a casa sua quindi il mio primissimo contatto con la città fu lì».

La Milano nuova le piace?

«Tantissimo. Amo gli opposti. City Life e in particolare la torre disegnata da Zaha Hadid è spettacolare. Grazie all’Expò e ad una serie di buone amministrazioni, Milano s’è data un colpo d’ali che l’ha portata avanti di trent’anni rispetto alle altre città italiane».

Ce l’ha un rimpianto?

«No, ma avrei potuto essere la Pausini con vent’anni d’anticipo. Nella mia carriera, infatti, ho detto più no che sì; ero richiesta ovunque, dall’America al Giappone, alla Russia, ma rifiutavo perché avevo il fidanzato qua e lasciarlo per uno, due, tre mesi avrebbe significato, come minimo, corna lunghe così. Poi sono arrivati i figli. Ho perso il treno? Forse, ma quanti colleghi possono vantarsi di avere una famiglia felice come la mia?».

Ce l’ha una passione segreta?

«Dicono che sono bravissima ad arredare. L’ho fatto in cinque case, con ottimi risultati. E di questo devo ringraziare un grande maestro come Piero Pinto, architetto e gentiluomo. La casa in cui abito oggi, vicino a via Manzoni, l’ha arredata lui insegnandomi come si fa. E quando ho provato a farlo da sola è stato il primo a spronarmi dicendo che avevo un innato buon gusto. Quindi, se non avessi fatto la cantante, mi sarebbe piaciuto fare l’arredatrice d’interni. Ma ho sempre cantato per passione. Mai per lavoro. E questa è stata la mia fortuna».