Francesco Mandelli (Foto di Luca Del Pia)
Francesco Mandelli (Foto di Luca Del Pia)

Milano, 5 febbraio 2019 - Per tutti sarà sempre il «Nongio». Il ragazzino degli esordi su Mtv, di fianco ad Andrea Pezzi. Oppure uno dei Soliti Idioti con Fabrizio Biggio. Questione generazionale. In ogni caso poco male. Visto che la cosa non sembra rallentare Francesco Mandelli, quasi bulimico nel suo muoversi fra cinema, tv, musica. È perfino in libreria con “Mia figlia è un’astronave” pubblicato da DeA Planeta. E ora tocca al teatro, dal 14 febbraio al Leonardo con “Proprietà e Atto” del drammaturgo inglese Will Eno. Un monologo. Per la regia di Leonardo Lidi. Gonfio di un esistenzialismo ironico e minimale.

Mandelli, perché il teatro?

«Sono in un periodo in cui cerco cose nuove. Si è conclusa una fase della mia vita e ora devo proseguire, correndo qualche rischio. Ho iniziato a scegliere, a dire dei no a chi continua a propormi personaggi come se avessi 25 anni e non 40. Quando mi è arrivato questo testo ho pensato che fosse esattamente ciò che stavo cercando. D’altronde parla del sentirsi stranieri, anche a sé stessi. E io sono in un momento in cui mi domando chi sono e cosa ho davvero voglia di fare. Confrontarmi con questo lavoro è stata una manata in faccia».

In che senso?

«È denso, ogni parola è scelta con estrema cura. Non è una condizione in cui posso improvvisare, cosa che ha presupposto grande disciplina e io non sono mai stato disciplinato. Mi sono anche domandato se ne fossi in grado, immaginavo l’espressione interlocutoria delle persone. Ma questa sensazione di insicurezza è stata uno dei motivi che mi ha spinto ad accettare».

È fastidiosa quella «espressione interlocutoria» di cui parla?

«No, è una cosa con cui devi avere a che fare. Io so che se firmo un progetto il primo pensiero è “Ecco, la solita cazzata di Mandelli”. Se hai avuto successo con una cosa, specie in Italia, la gente pensa che tu sia quella roba lì. Se vuoi dire altro, devi cominciare a farlo per piccoli passi, senza aspettarti di cambiare tutto in un momento. Io per primo sto cercando di cambiare opinione su di me attraverso i film, il teatro, il romanzo...».

II bilancio di questi primi 40 anni?

«Più positivo di così non poteva essere. Mi ritengo fortunato. Forse il mio unico merito è stato quello di salire su alcuni treni su cui in tanti non avrebbero mai scommesso. Ho vissuto un’adolescenza prolungata, dai 15 ai 35 anni; ho girato il mondo. Ora la preoccupazione più grande non è il lavoro ma capire se devo dare l’antibiotico a mia figlia. È quella la mia vita».

L’essere genitore è anche al centro del suo romanzo.

«Mi sentivo di doverlo fare, poi ho trovato una casa editrice che credesse nel progetto. È ironico ma c’è dentro molto altro. Ho pensato che fosse qualcosa di bello e che avrebbe trovato la sua strada. È stato così, grazie soprattutto al passaparola. La gente scopre un romanzo vero. Il teatro e il libro sono due cose solo mie. Ho sempre lavorato in gruppo e spesso non mi piacevano le cose che mi ritrovavo a fare. Ora ho paura ma sono orgoglioso. La direzione è quella giusta».