Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci: due docufilm per riscoprirne il genio e la poesia

Su Rai 3 e su Netflix vite e carriere, sempre intrecciate, di due dei più grandi artisti milanesi di sempre

Enzo Gaber e Giorgio Jannacci

Enzo Gaber e Giorgio Jannacci

Amici intimi nella vita e sul palco, accomunati dalla stessa sensibilità artistica e dal gusto di rompere gli schemi, raccontando gli “ultimi” con le parole della gente, con testi e musiche che sono molto più di canzoni. I ricordi di tante generazioni di milanesi – e italiani –  sono scanditi dalle immagini e dei suoni evocati da Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci, protagonisti proprio in questi giorni sul piccolo schermo. Se il tramonto dell’anno è momento di bilancio e riflessione, una buona ispirazione, anche per chi non li ha mai ascoltati, fluisce di sicuro dai due docufilm che raccontano la vita di due più grandi milanesi di sempre. Chi li ha conosciuti dice che si completavano: poetici, ironici e visionari entrambi, più rigoroso e “sofferto” il genio di Giorgio, stralunato e fulmineo quello di Enzo.

 “Io, noi e Gaber”

A ventuno anni esatti dalla sua morte, l’1 gennaio 2024 Rai 3 trasmetterà alle 21.20 “Io, noi e Gaber”, docufilm scritto e diretto da Riccardo Milani, campione di incassi nei 5 giorni in cui è stato proiettato nelle sale dopo la presentazione alla Festa del Cinema di Roma. Girato tra Milano e Viareggio, nei luoghi della vita del Signor G, il docufilm attraversa tutte le fasi della sua carriera artistica: dai primissimi esordi nei locali di Milano al rock con Adriano Celentano, dal sodalizio artistico e personale con l'amico Jannacci agli iconici duetti con Mina e alle canzoni con Maria Monti. Dagli anni della popolarità televisiva al teatro, con l'invenzione, insieme a Sandro Luporini, del teatro canzone, piena espressione del suo impegno politico e culturale. Attraverso la voce di familiari e amici, tra cui la moglie Ombretta Colli e la figlia Dalia Gaberscik (il vero cognome di Giorgio), Milani traccia un ritratto intimo e appassionato del cantautore di via Londonio – nato il 25 gennaio 1938 - affetto da bambino da una poliomielite che gli causò una paresi alla mano sinistra e paradossalmente lo avvicinò, per fini terapeutici,  alla chitarra, strumento che non lasciò più per fortuna nostra.

“Enzo Jannacci: Vengo anch’io”

Dopo il grande debutto alla Mostra del Cinema di Venezia, dove ha conquistato il pubblico e la critica cinematografica e musicale con oltre 10 minuti di standing ovation, e il successo al botteghino, «Enzo Jannacci: Vengo anch'io», per la regia di Giorgio Verdelli, è da qualche giorno disponibile su Netflix. Emoziante a dir poco il ritratto del cantautore morto dieci anni fa raccontato per lunghi tratti dalla voce dello stesso Jannacci – chirurgo di “vera” professione – e per altri da quella del figlio Paolo, anche lui musicista, e dagli amici che hanno accompagnato la sua carriera artistica, dai tempi dei Rock Boys (primo gruppo rock and roll italiano con Gaber e Celentanto) agli anni d’oro del Derby di Milano, fino alle ultime apparizioni nel nuovo secolo dopio il “buio” di metà anni ‘90: Diego Abatantuono, Cochi Ponzoni, Massimo Boldi, Nino Frassica, Paolo Conte, Roberto Vecchioni, Paolo Rossi, Claudio Bisio, Elio, J-Ax, Dori Ghezzi, Fabio Treves. Nel film anche la straordinaria testimonianza di Vasco Rossi che di Jannacci – tra i primi a credere nel rocker di Zocca quando nessuno lo voleva in tv – legge i passi di una toccante lettera di ringraziamento ricevuta per mano del figlio Paolo. “Lui, Jannacci, che scrive a me”, riflette commosso Vasco all’epilogo di un film in cui la Milano di ieri e di oggi si incontrano armoniosamente.

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