Una pietra d’inciampo per Aldo. Il partigiano operaio che non tornò

Ultimo di dieci fratelli in una famiglia antifascista, aderì agli scioperi del 1944 e la scelta gli costò la vita "A Gusen lo hanno portato in infermeria e non lo hanno più visto". In suo nome nacque una cooperativa.

Aldo Beretta era un tornitore specializzato alla Ercole Marelli. Era anche un partigiano e uno degli operai dell’area delle fabbriche del Nord Milano che non fece ritorno dai campi di concentramento, dove fu spedito per aver aderito agli scioperi del ’44. A lui è stata dedicata una pietra d’inciampo che l’altro giorno è stata spostata per renderla più visibile e affiancarla a una targa della Memoria posata dall’Anpi, associazione nazionale partigiani.

Ultimo di dieci fratelli in una famiglia antifascista, abitava a Cinisello Balsamo, nella frazione di Robecco. Fu arruolato in Marina e, dal 6 maggio 1943 all’8 settembre 1943, operò al centro di addestramento della Scuola di Pola con il grado di cannoniere armarolo.

Al ritorno riprese a lavorare alla “Ercole“ e iniziò le azioni dimostrative contro il regime. Con altri giovani di Cinisello Balsamo aveva formato un gruppo di trentadue ragazzi che si riuniva in un cascinotto, all’interno del quale erano nascoste delle armi. La notte tra il 27 e il 28 marzo 1944 riuscì a sfuggire all’arresto, scappando dalla sua abitazione, per aver partecipato allo sciopero iniziato l’1 marzo e che per otto giorni aveva bloccato le più grandi fabbriche del Nord Italia.

Quella stessa notte furono prelevati Attilio Barichella, Cesare Berna, Fedele Fumagalli, Giuseppe Galbiati, Carlo Limonta, Giovanni Paravisi e Angelo Tesser. Molti di loro non tornarono, lasciando a casa vedove, orfani e genitori disperati. Pochi mesi dopo, il 22 ottobre 1944, fu arrestato da militi fascisti in un locale pubblico in via San Fruttuoso a Monza, a seguito di una delazione. In quei giorni fu trasferito da un carcere all’altro, dalla sede delle Brigate Nere fino a San Vittore, per poi essere messo l’11 novembre su un camion per il campo di concentramento di Bolzano.

Il 21 novembre viene deportato a Mauthausen, dove gli venne assegnata la matricola 110197. Poi fu la volta di Auschwitz, ancora Mauthausen, dove gli fu assegnata una nuova matricola, e il 16 febbraio arrivò all’ultimo campo di Gusen, il cimitero degli italiani, dove morì il 21 aprile 1945. I documenti indicano come causa "per malattia". "A Gusen lo hanno portato in infermeria e non lo hanno più visto", raccontò il fratello Ambrogio. Nel 1945, al termine del conflitto, nella frazione Robecco, fu costituita in suo nome una cooperativa di consumo con un circolo ricreativo.

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