Strage di Gorla del 20 ottobre 1944, il racconto di tre sopravvissuti: “Ecco come ci siamo salvati”

Sergio Francescatti, Giuliano Lazzaroni e Maria Luisa Rumi ricordano la mattina in cui i bombardieri americani distrussero la loro scuola, seminando morte e distruzione

Sergio Francescatti, Maria Luisa Rumi e Giuliano Lazzaroni
Sergio Francescatti, Maria Luisa Rumi e Giuliano Lazzaroni

Milano – Un bambino sporco di sangue pieno di calcinacci, terrorizzato, che riesce solo a gridare “Mamma” mentre si aggira in un deserto di macerie e puzza di bruciato. Quel bambino si chiama Sergio Francescatti, ha 8 anni, e ha appena attraversato l’apocalisse. Sono da poco passate le 11.30 del 20 ottobre 1944: la sua scuola è stata sventrata da una bomba di 220 chili sganciata da un aereo americano. Tutta l’ala centrale, la tromba delle scale, la cantina dove c’è il rifugio antiaereo sono venute giù. Bambini, maestre, bidelli. Sono tutti morti. Sotto le macerie sono rimasti 186 piccoli corpi. Solo in 8 si sono salvati.

I sopravvissuti

Oggi, 79 anni dopo quella terribile mattina del ‘44, quando la scuola elementare Francesco Crispi di Gorla venne centrata dai bombardamenti americani, ne sono rimasti in vita solo quattro: Sergio Francescatti, che oggi di anni ne ha 86, Giuliano Lazzaroni, 89 anni, Maria Luisa Rumi, 85 anni, e Graziella Ghisalberti, 86 anni. E per quanto sia doloroso ripercorrere quella vicenda, che ha lasciato segni indelebili nella loro anima e nei loro corpi, quando possono non si tirano indietro. Prendono il microfono e raccontano, preferibilmente ai bambini, cosa successe quella mattina del 1944. E come miracolosamente, per una serie di casi, contrattempi, piccole (grandi) disobbedienze, riuscirono a salvarsi

Sergio e il cappotto

Sergio Francescatti deve la vita, quello che poi è riuscito con fatica a conquistarsi – la professione, la famiglia, i figli e i nipoti – a un cappotto e a un compagno di scuola più grande. “Quella mattina – racconta cercando di non farsi travolgere dall’emozione – la maestra ci aveva assegnato un tema. Appena finì di scrivere il titolo alla lavagna suonò il piccolo allarme (gli avvisi dei bombardamenti erano due: il piccolo allarme, che segnalava le incursioni ma non un pericolo imminente, e il grande, che invece segnalava aerei molto vicini e imponeva di andare subito nei rifugi, ndr). La maestra ci radunò per andare nel rifugio, che era nella cantina della scuola. Io però mi attardai a trascrivere la traccia del tema e mentre tutti uscivano rimasi in classe. Dopo poco arrivò la bidella, che mi sgridò perché non ero ancora andato con gli altri. Mi incamminai, ma prima di arrivare sulle scale tornai indietro perché avevo dimenticato il cappotto. A quel tempo il cappotto era una cosa preziosa. Quello poi era particolarmente importante: era fatto con un vecchio cappotto di mio papà. Indossarlo mi faceva sentire grande e poi c’era la sensazione di portarmi addosso un po’ di mio papà. Proprio non potevo lasciarlo”.

“Così, mentre tutti erano ormai nel rifugio sono tornato indietro. Però io ero piccolo di statura e l’attaccapanni era troppo in alto per me. Il cappotto si è incastrato e non riuscivo a toglierlo dall’appendino. Sarei rimasto lì chissà quanto se non fosse arrivato un bambino di quinta, più alto, che mi aiutò. Così presi il cappotto e con la cartella in mano uscì dalla scuola insieme all’altro bambino. Appena fuori la bomba distrusse la scuola. Senza neanche accorgermene mi ritrovai per terra coperto di calcinacci. Ferito, incapace di fare qualsiasi cosa. Paralizzato. Quando ho girato lo sguardo, l’ho visto: il bimbo che era scappato con me, era lì, immobile. Morto. Con ancora la cartella e il cappotto in mano mi sono allontanato".

"Non capivo neanche dov’ero, mi sembrava di essere in un sogno. Tutto distrutto, polvere, odore di bruciato. Ho iniziato a camminare, rigido come un manichino, riuscivo solo a gridare “Mamma!”. Fortunatamente ho incrociato un vicino di casa che mi ha riconosciuto e mi ha portato da mia mamma. Quando mi ha visto, tutto sporco di sangue e calcinacci, si è spaventata, poi mi ha abbracciato fortissimo. Solo quando mi ha stretto mi solo sbloccato e ho lasciato andare la cartella e il cappotto”.

Le ferite del signor Sergio non erano gravi e se l’è cavata in qualche giorno. Molto più difficile è stato curare le ferite che un’esperienza del genere ha lasciato nello spirito di un bimbo di soli 8 anni. “Per molto tempo non ho parlato. E anche quando ho ricominciato, sono sempre stato un bambino silenzioso. Mi spaventavo per ogni minimo rumore. Ero timido, mi sentivo sempre insicuro”. Con grande fatica Sergio è riuscito però a conquistarsi la sua normalità. Il lavoro da geometra, l’amore della moglie, i figli, i nipoti e una vecchiaia che assomiglia alla serenità. “Certo, quella mattina non l’ho mai dimenticata”.

Maria Luisa e la maestra

Maria Luisa Rumi deve la vita al fatto di essere stata un’ottima scolara e a una maestra di buon senso. “Avevo sei anni ed ero in seconda elementare, anche se sarei dovuto essere in prima. Ma io ero un po’ più avanti della mia età. Quando quella mattina suonò l’allarme – racconta – non andai con gli altri nel rifugio. Gorla era un piccolo borgo e la maestra ci diceva sempre che chi abitava vicino poteva andare direttamente a casa senza andare nel rifugio. Il nostro appartamento era attaccato alla scuola. Così sono andata a casa e non nel rifugio, come gli altri”.

" Sono uscita di corsa con la cartella sulla testa e ho incrociato anche mio fratello, che si era fermato a guardare gli aerei in cielo, pensando che quello che stavano sganciando non fossero bombe, ma volantini o addirittura caramelle. L’ho chiamato, ma lui non mi ha sentito. Poi la bomba è piombata sulla scuola e c’è stato un rumore fortissimo. Mi sono ritrovata in un androne, intorno tutte le macerie. La cartella mi ha protetto la testa”. Anche per Maria Luisa poche conseguenze fisiche ma tante, pesantissime, conseguenze umane. A iniziare da un terribile senso di colpa per essere sopravvissuta in mezzo a tanti cadaveri. Un sentimento che tutti gli scampati condividono e con il quale hanno dovuto fare i conti per anni, incrociando gli sguardi delle mamme rimaste senza figli o dei fratelli rimasti soli.

“Due miei cugini sono morti nella scuola. Un dolore insopportabile per i miei zii, che ha travolto anche la nostra famiglia. Il clima era sempre molto pesante. Pensavo: perché io sì e loro no?”. Un fardello impossibile per una bimba di sei anni. Del quale Maria Luisa si è liberata dedicandosi proprio ai bambini, affrontando l’incubo a viso a aperto. “Ho deciso che averi fatto la maestra. E la maestra ho fatto per 30 anni, proprio qui a Gorla. I primi tempi era difficile, ma l’amore per i bambini è stato sempre più forte”.

Giuliano e la bocciofila

Giuliano Lazzaroni è uscito dall’inferno di Gorla perché di andare nel rifugio non ne voleva sapere e allora è scappato dalla scuola per i fatti suoi. “I miei genitori avevano un’osteria-bottiglieria con il gioco delle bocce. Era un posto molto conosciuto a Gorla. La chiamavano l’osteria della Pinotta, che era mia mamma. Quel giorno ho salvato la pelle perché non sono andato nel rifugio insieme agli altri ma sono scappato a casa. I bidelli mi hanno fatto uscire, anche se i miei compagni stavano andando nella cantina. Sono arrivato davanti all’osteria e ho trovato tutto chiuso. I miei genitori pensavano che io fossi nel rifugio a scuola. Non credevano che sarei arrivato da solo a casa. Ho scavalcato un cancello, poi è arrivato il finimondo. È stato come un terremoto, esplosioni, tutto che tremava e veniva giù. Lo spostamento d’aria mi ha scaraventato per terra. ma sono riuscito a salvarmi".

"Quando ho ritrovato i miei genitori, mi sono anche arrabbiato perché mi avevano chiuso fuori. Ma ero salvo, se solo avessi trovato aperto magari andavo in casa e sarei morto per un’altra bomba. Tutto intorno infatti era distrutto. La bocciofila, la casa. Tutto in macerie”.

Il signor Giuliano porta i suoi quasi 90 anni come se ne avesse la metà, ma fa fatica, ancora adesso, 80 anni dopo, a trattenere le lacrime ripensando a quella mattina. Il signor Giuliano con il suo milanese schietto, che sembra davvero arrivare da un altro mondo. Il signor Giuliano che ha dovuto combattere il lutto che ha travolto e poi inseguito ancora la sua famiglia. “Mia zia, povera donna, ha perso due figli sotto quella maledetta bomba. Poi ha cercato di avere un altro figlio, ma l’ha perso ed è morta anche lei. Una tragedia terribile”. Eppure, anche il signor Giuliano, ha superato tutto. Raccogliendo energie che, di fronte alla quella scuola sventrata e quella distesa di corpi senza vita, non pensava forse neanche di avere, ha realizzato la sua vocazione: sapeva lavorare con le mani e aveva gusto per i colori. “Ho fatto il corniciaio per tanti anni. Un lavoro che mi ha dato tante soddisfazioni. Ci sono stati momenti che c’era la coda davanti al mio negozio”. E insieme alla professione la famiglia, i figli e i nipoti. “Quando mi chiedono come si supera una cosa così enorme come quella che mi è successa, non so proprio cosa rispondere: come? Così. Vivendo”.

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