Silvia Romano
Silvia Romano

Milano, 18 agosto 2019 - Una figura chiave per sbrogliare la matassa del rapimento di Silvia Romano, e per avvicinarsi ai mandanti di un sequestro che resta avvolto nel mistero, mentre cresce giorno dopo giorno la preoccupazione per la sorte della giovane cooperante milanese. Domani si aprirà il processo in Kenya a carico di Ibrahim Adan Omar, l’uomo che avrebbe reclutato Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe, due componenti del commando - formato da almeno otto persone - arrestati nei giorni successivi al sequestro

Il processo a loro carico si era già aperto alla fine di luglio, con l’audizione di una serie di testimoni, tra cui persone che hanno assistito al raid in moto degli uomini armati di kalashnikov e granate nel villaggio di Chakama, lo scorso 20 novembre, sfociato nel rapimento di Silvia Romano, 24 anni, in Kenya con la onlus Africa Milele. Lunghi mesi di angoscia per la famiglia della giovane, di cui si sono perse le tracce, tra piste finite nel nulla, speranze, false allarmi e una difficile collaborazione sull’asse Roma-Nairobi. Un buio fitto, che potrebbe trovare un prima schiarita in aula con l’apertura del processo ad Adan Omar, perché i possibili mandanti sono ancora avvolti nel mistero. E arrivando ai mandanti si potrebbe arrivare a Silvia Romano. 

Un ulteriore mistero è la cauzione versata da Chende, che gli ha permesso di tornare in libertà: una somma, equivalente a 25mila euro, enorme per il Kenya, che una famiglia povera come la sua non avrebbe mai potuto permettersi. Chi gli ha dato i soldi? Sono serviti per pagare il silenzio? Intanto in Italia c’è chi si impegna per tenere alta l’attenzione sul caso, e fare in modo che non si spengano i riflettori. Un gruppo di artisti milanesi, tra cui Milton Fernández, direttore artistico del Festival internazionale di poesia di Milano, invitano i poeti a mandare un loro testo dedicato a Silvia Romano. «Diventerà la colonna sonora emozionale - spiega Fernandez - di diverse azioni che da settembre in poi metteremo in atto, proprio per cercare di cancellare quel silenzio che non ha ragione di essere, che pesa come un macigno su ciascuno di noi».