Un intervento di consolidamento di un soffitto in una scuola dell’area di Pavia
Un intervento di consolidamento di un soffitto in una scuola dell’area di Pavia

Milano, 2 dicembre 2019 - I bambini crescono e le scuole invecchiano. La Lombardia, fra le prime a investire nell’istruzione ancor prima dell’unità d’Italia, ha anche fra tutte le regioni il patrimonio edilizio più vecchio. Spesso malandato, ma mediamente migliore di quello realizzato negli anni del cemento fragile del dopoguerra. Luci e ombre , fra pericolo di crolli e grandi nuovi esperimenti di edilizia in un patrimonio che comunque, entro dieci anni, si troverà ancora più deserto, visto che il calo demografico potrebbe lasciare senza alunni quasi 5mila aule. La fotografia più allarmante è quella scattata dal recente rapporto di Cittadinanzattiva, che stando ai dati dello scorso anno scolastico, misura 16 crolli all’interno di edifici scolastici in Lombardia, che vince per distacco sul Lazio, secondo con 10 cedimenti. Ad analizzare invece nel dettaglio perché questo accade, quali siano gli edifici in pericolo e come si possa intervenire per migliorarli è l’annuale rapporto della Fondazione Agnelli sull’edilizia scolastica.

È la storia a fornire come sempre risposte: «Le tre province ancora oggi prime per numero assoluto di edifici antichi attivi (Cuneo, Torino e Genova) appartenevano tutte al Regno di Sardegna. In tre sole regioni – Piemonte, Lombardia e Toscana – si concentra oggi il 52% degli edifici scolastici costruiti prima del 1900», scrivono gli estensori del dossier. Chi ha cominciato prima, insomma, ha scuole più vecchie. Meno adatte alle esigenze contemporanee, ma probabilmente meglio costruite. All’epoca della riforma Gentile (1923) il Ministero della Pubblica Istruzione stimò in 32.000 le aule “inadatte o mancanti” rispetto alle necessità: l’area messa meglio era la Lombardia, con soltanto il 29% delle classi da rifare. Oggi quegli edifici hanno ovviamente quasi un secolo in più, ma a soffrire maggiormente sono le scuole dell’epoca del boom, quelle realizzate nelle zone periferiche, costruite insieme ai quartieri popolari per rispondere rapidamente all’espansione demografica di città meta di immigrazione interna. È qui che l’uso del calcestruzzo a vista, dell’amianto come isolante e lo spreco energetico per impianti ormai datati richiedono sempre di più attenzione alla manutenzione e pongono le amministrazioni davanti al dilemma: restaurare o abbattere.

Nel rapporto della Fondazione Agnelli, fra l’altro, si misura quanti soldi sprecano gli edifici scolastici più vecchi, soprattutto nel riscaldamento. E si scopre che il record naturalmente spetta agli edifici del Nord, che mediamente devono affrontare inverni più rigidi. Gli impianti inadatti potrebbero essere sostituiti, generando risparmi da investire magari sul recupero di altri edifici. A Milano, riscaldare e fornire acqua, gas e luce a mille metri quadrati di scuola costa in media (dato più alto in Italia) 14.000 euro all’anno. Usando impianti nuovi e politiche di riduzione dei consumi si potrebbe tagliare il 36% della spesa, scendendo a 8.900 euro. Da capire cosa fare, poi, in futuro delle cinquemila classi che il calo demografico lascerà libere. La scelta è: vendere gli edifici o convertirli.