Sesto, la città sospesa da trent’anni: smantellate le fabbriche restano i sogni, i selfie e la finanza. E il futuro?

Fra torri, case e memorie tradite (l’archivio Sacchi volato all’Adi di Milano) una città che cerca faticosamente di cambiare pelle. Nel bene e nel male

Ecco un rendering del nuovo skyline delle aree Falck (impianti spenti quasi trent’anni fa) di Sesto San Giovanni con albergo, torre Intesa, studentato e nuove residenze per una parte dei nuovi 20mila cittadini attesi in città

Ecco un rendering del nuovo skyline delle aree Falck (impianti spenti quasi trent’anni fa) di Sesto San Giovanni con albergo, torre Intesa, studentato e nuove residenze per una parte dei nuovi 20mila cittadini attesi in città

Sesto San Giovanni (Milano) 24 aprile 2024 – Da un lato l’addio di Campari, dall’altro il possibile raddoppio di Alstom.

Le case operaie che spariscono sotto torri sempre più alte e terrazze verdi che toccano il cielo. E le fabbriche che lasciano il posto a nuovi palazzi.

Benvenuti a Sesto San Giovanni, città sospesa tra passato glorioso e futuro futurista (o futuribile). Una città in attesa da quasi 30 anni, da quel 1996 con l’ultima colata delle Falck e la chiusura dell’ultimo stabilimento delle acciaierie che hanno segnato il secolo breve sestese. Un segno indelebile nella storia della città, ma sempre più sbiadito nei suoi simboli e in un patrimonio culturale sempre meno collettivo. Così, in via Granelli, sui resti dell’ex Breda, l’Archivio Giovanni Sacchi, donato alla sua morte al Comune proprio dal principe dei modellisti, è volato all’Adi di Milano. E quello che doveva diventare il Museo dell’Industria e del Lavoro non è mai nato, soppiantato ora dal “Selfie museum“ tra corner scenografici per scattarsi una foto, location da film e vasca per tuffarsi nelle palline colorate. Segno dei tempi che scorrono, anche in quella che fu la Stalingrado d’Italia. Dove lo "sport per tutti e per tutte le età" del Geas, con le tariffe più che popolari, ha passato la mano a società specializzate e lidi estivi che vogliono somigliare a un club esclusivo più che a una piscina comunale. Cadono i simboli, pezzo dopo pezzo. La sirena delle Falck non suona più a mezzogiorno, il Geas Basket – sì, quello della divina Mabel Bocchi – cerca un altro posto per il campionato di serie A1, la Marcia del Primo Maggio è stata cancellata ormai da un decennio, dopo che per mezzo secolo ha rappresentato al meglio Sesto con una disciplina di grande fatica e resistenza, come il lavoro in fabbrica. "Sapete cos’è il Vulcano?» , chiedevano qualche anno fa maestre e responsabili di Sesto per l’Unesco nelle scuole. "Io lo so", alzava la mano qualche bambino. "È il centro commerciale". Del resto in quell’area – dove fu chiuso il primo stabilimento delle Falck nel 1979 – si è voluto persino togliere il vincolo sull’edificio curvo di via Trento e oggi dell’epopea delle fabbriche lì non resta più nulla, ma solo la stecca di palazzoni e il CaltaCity, la città nella città di Edoardo Caltagirone ancora da completare assieme all’ex albergo operaio di via Mazzini dopo quasi 30 anni e una convenzione ancora in lire. "Palazzinari bastardi. Basta case per i ricchi", si legge sui pannelli di uno dei tanti cantieri aperti a Sesto. Residenziale in tutte le aree dismesse: le Falck, ma anche le Marelli dove spunterà una "torre faro" di 90 metri con la gemella al Restellone, nell’ex Enichem, della stessa altezza, a segnare gli ingressi nella nuova Sesto da Milano e da Monza. Palazzi anche al posto del Cinema Elena, al Rondò, e pure al posto delle Pompe Gabbioneta, che in viale Casiraghi hanno lasciato un vuoto urbano dal 2014, quando andarono a Nova Milanese. "Abbiamo consentito la riconversione a residenziale, certo. Quando ci siamo insediati lì restava il vincolo del produttivo: vi immaginate oggi una fabbrica in pieno centro, in mezzo alle case?", chiede Antonio Lamiranda, assessore all’Urbanista, che spinge al massimo sulla verticalità per risparmiare suolo. Smantellata la città delle fabbriche, che fatica a trovare spazio anche per gli archivi dell’Aned e dell’Istituto di storia dell’età contemporanea, e morti in culla tutti i tentativi di calare dall’alto una nuova identità, la Sesto del futuro oggi si specchia nel nuovo skyline di 60 metri sulle Falck, tra la stazione e il campanile di Santo Stefano, e nei rendering sempre aggiornati da una proprietà che non è più l’imprenditore della fabbrica o lo sciur Pasini arrivato dal Veneto quando piastrellava bagni, ma fondi internazionali, società immobiliari, banche e tanta finanza.