Sergio Dompé Da Milano alla Silicon Valley: “Ho realizzato i miei sogni. Non c’è business senza etica"

A capo di un gruppo farmaceutico internazionale, ha investito nelle scienze della vita "Mio padre mi ha insegnato la resilienza, a mia figlia Nathalie ho ceduto le mie stesse deleghe".

Sergio Dompé
Sergio Dompé

Milano, 21 agosto 2023 – Nel libro mastro di un’avventura così lunga tante le immagini iconiche. Gli alambicchi del primo laboratorio farmaceutico, la sponsorizzazione della settima edizione delle Olimpiadi Invernali di Cortina d’Ampezzo, la reclame a colori dell’antispasmodico per dolori addominali affidata alla figura di Napoleone, "il Grande del male di stomaco". E poi Sophia Loren che nel film premio Oscar "Ieri, oggi, domani" tenta di somministrare a uno dei figli lo sciroppo della tosse lanciato nel 1940 dall’avveniristica azienda milanese nata nel 1890 dall’antica farmacia di piazza della Scala. Ma Sergio Dompé, sostenitore degli investimenti in ricerca e innovazione e artefice, da quarant’anni, di partnership con player internazionali di grandissimo rilievo, tiene soprattutto allo scatto con Rita Levi Montalcini. La scienziata e l’imprenditore stretti in un grande abbraccio. "Ha inaugurato, insieme all’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, il nostro stabilimento a L’Aquila. Era il 1993. Non esisteva ancora un progetto sul Nerve Growth Factor, la scoperta che è valsa il Premio Nobel alla Montalcini. L’abbiamo sviluppato noi e con il farmaco che è nato siamo leader nel mondo", racconta Dompé, imprenditore milanese, a capo dell’omonima azienda internazionale, oltre 130 anni di storia e una leadership consolidata nell’ambito della primary care e dei prodotti biofarmaceutici. "Ho realizzato due sogni: impegnarsi per garantire una cura a una malattia rara e avere come mercato principale gli Stati Uniti".

Partiamo dall’inizio. Lei ha cominciato entrando nell’azienda di famiglia: com’è stato?

"Meraviglioso. Mio padre Franco, che tale era di nome e di fatto, era una persona determinata. Lavorare con lui significava doverti creare degli anticorpi per avere poi diritto a ricavare i tuoi spazi. Il classico rapporto di amore e conflitto che caratterizza un po’ tutte le famiglie. Avevo vent’anni; mio padre mi ha assicurato una gavetta dorata. Che proprio per questo mi è servita tantissimo".

In che modo?

"Avendo beneficiato di tanti privilegi mi sono sempre sentito di dover dare di più e meglio. Mio padre mi ha insegnato a nuotare nel modo giusto. Meglio: a difendermi dalle onde".

Una metafora: di cosa?

"Delle realtà negative. Più che a puntare a fare le cose con perfezione, è importante imparare a rialzarsi in fretta dopo un errore. Questa la sua lezione. In fondo è l’essenza del concetto di resilienza".

Lei ha scommesso nelle scienze della vita e l’azienda familiare è diventata una realtà internazionale. Quale è stata l’intuizione?

"Capire che la possibilità di puntare sui meccanismi fisiologici del nostro organismo è legata alla capacità di creare ciò che il corpo non è più in grado di produrre. Per anni ho sviluppato relazioni con imprenditori americani del settore fino a diventare uno di famiglia. Un rapporto magico. E il privilegio di lavorare con molte menti che hanno fatto la storia delle biotecnologie".

Dov’è il confine fra etica e business?

"Se non c’è voglia di risolvere i problemi, se non c’è slancio etico non puoi avere l’energia per fare questo lavoro. La ricerca è una lunga serie di insuccessi in fondo alla quale, alla fine, si individua la porta giusta da aprire. Magari dopo più di vent’anni di lavoro e di investimenti senza guadagni".

La sua azienda ha avviato il passaggio generazionale. Un momento spesso controverso nelle realtà familiari.

"Meno di prima, in realtà. Un tempo gli imprenditori restavano attaccati al proprio ruolo perché questo caratterizzava la loro immagine e la loro azienda. Oggi è fondamentale aggiornarsi, rinfrescare le proprie conoscenze. A mia figlia maggiore, Nathalie, ho assegnato le stesse deleghe che ho io, nell’interesse dell’azienda. È Co-Ceo e vicepresidente Affari e Sviluppo Usa".

Sua figlia vive nella Silicon Valley.

"Anche questo un sogno che si è realizzato. Quel mondo per me è stato sempre un orizzonte. Nathalie ha sposato il venture capitalist Chamath Palihapitiya e la freschezza e la vivacità dei cervelli che frequenta insieme al marito la aprono ogni giorno a opportunità illuminanti".

Il matrimonio con Chamath Palihapitiya, che ha contribuito a sviluppare Facebook di Zuckerberg, un mese fa a Portofino è stato un evento. C’erano molte figure di spicco del mondo internazionale dell’innovazione.

"Mio genero è tra le persone a cui sono più legato. È un uomo che si è fatto tutto da solo: immigrato di prima generazione dallo Sri Lanka al Canada, ha saputo investire in startup (oggi lo fa al 100 per cento) e aziende che si occupano di digitale e climate change. E, soprattutto, ha saputo mantenere una sensibilità e un’attenzione per le persone che sono straordinarie".

Nathalie ha recentemente vinto il Visionary Award di Women corporate directors anche grazie all’attività della Fondazione Dompé che assegna borse di studio ai giovani ricercatori.

"Due milioni e mezzo all’anno destinati a chi studia competenze incrociate. Un modo per aiutare i ragazzi che se lo meritano e creare legami con chi domani avrà competenze distintive".

Il Gruppo Dompé crede molto nelle competenze femminili: il 50 per cento del Top Management è fatto di donne.

"Hanno più capacità degli uomini di gestire le complessità, sono più sensibili".

L’altra sua figlia, Rosyana, seguirà le sue orme?

"Ha 19 anni e mi auguro di sì, una volta che avrà conseguito la laurea e un master. Lascio però a lei la scelta di cosa fare".

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