GIAMBATTISTA ANASTASIO
Cronaca

“Salvate Sant’Agata”. Il grido del loggione per la villa dove Verdi scappò dai pettegoli

Il compositore vi traslocò nel 1851, stanco del gossip sulla sua relazione con Giuseppina Strepponi. E non voleva vi abitassero dilettanti. Il Ministero ne ha avviato l’esproprio

Tenuta Sant'Agata, la casa-rifugio di Giuseppe Verdi

Tenuta Sant'Agata, la casa-rifugio di Giuseppe Verdi

Milano - L’insostenibile invadenza dei pettegolezzi di paese, il paradosso di una famiglia di notai che smarrisce un testamento, uno scarto di una dozzina di milioni di euro tra domanda e offerta: c’è tutto questo dietro al grido levatosi ieri sera dal loggione della Scala poco prima che iniziasse la Prima.

Tre parole appena: “Salvate Sant’Agata”. Ma benedette dall’applauso del pubblico scaligero. ‘La forza del destino’ ha voluto che la casa artistica di Giuseppe Verdi, nella serata dell’apertura della stagione lirica, facesse da cassa di risonanza delle incerte sorti in cui versa la casa-dimora, la casa-rifugio, del grande compositore. Sant’Agata, infatti, è il nome della villa e della tenuta di Verdi, nell’omonima frazione di Villanova sull’Arda, oggi in provincia di Piacenza. Da qui si irradia una storia nella storia.

Quello che Verdi acquistò nel maggio del 1848 era uno dei tanti casali che scandivano la campagna emiliana, appena fuori Busseto. Sant’Agata giaceva allora nel territorio e sotto la giurisidizione del Ducato di Parma e Piacenza. Il compositore acquistò quel casale non per se stesso ma per i suoi genitori, che vi si trasferirono nel 1849. A indurre Verdi a trasferirsi a sua volta in quel casolare furono, a quanto pare, i pettegolezzi dei bussetani a proposito della sua relazione con Giuseppina Strepponi, una relazione irresistibile al gossip glocale perché non (ancora) irregimentata nel sacramento del matrimonio. Così nel 1851 il maestro fece trasferire altrove i genitori e si stabilì a Sant’Agata insieme alla Strepponi.

Le nozze sarebbero arrivate solo otto anni più tardi, nel 1859, con buona pace e lontano dalla pressione dei pettegoli. In quel casale circondato dai campi Verdi mise tutto il suo genio e il suo gusto artistico, espresse ogni suo desiderio. Curò personalmente i lavori: “Sono qui fra mattoni, calce e muratori...”, scrisse in una lettera durante l’ennesimo sopralluogo in cantiere. Sant’Agata divenne via via l’epicentro dell’universo verdiano: per cinquant’anni il compositore vi ha fatto ritorno e vi ha dimorato negli intermezzi tra un viaggio e l’altro. Qui ha composto la Traviata, il Falstaff e gran parte delle opere della maturità.

Nel testamento olografo redatto un anno prima di morire, nel 1900, Verdi nomina Maria Filomena sua erede universale, lasciandole anche la tenuta di Sant’Agata, “con l’obbligo di conservare la casa e il giardino nello stato in cui si trova ora, anche i prati che attorniano il giardino. Tale obbligo – si legge sempre nel testamento – viene fatto anche ai suoi eredi”. Maria Filomena era la figlia di un cugino del compositore e fu adottata da Verdi una volta diventata orfana, all’età di 9 anni.

Da qui inizia un’altra storia, non poco accidentata. Maria Filomena si sposò con Alberto Carrara, figlio di Angiolo Carrara, il notaio di Verdi. La coppia ebbe due figli. Si narra che uno di questi, Angiolo, non sapesse quale vocazione seguire, se iscriversi al liceo o al conservatorio, e che furono le parole crude e sbrigative di Verdi a convincerlo ad intraprendere la via del liceo e quindi la professione di notaio esattamente come il nonno paterno: “Fa quel che ti pare – gli disse il maestro –, ma in casa mia non voglio dilettanti”. Venuta a mancare Maria Filomena, la tenuta passò allo stesso Angiolo e poi a suo figlio Alberto, a sua volta notaio. È lo stesso Alberto Carrara Verdi che sarebbe poi stato nominato presidente dell’Istituto Nazionale Studi Verdiani. Alberto scompare nel 2001 e con lui scompare, incredibilmente, il testamento che avrebbe evitato anni di contenziosi in casa Carrara Verdi.

La tenuta di Sant’Agata, infatti, sarebbe stata lasciata in eredità da Alberto all’unico suo figlio maschio, manco a dirlo di nome Angiolo. Ma due delle sue tre sorelle si rivolgono al tribunale perché di fatto, pur in una famiglia di notai da generazioni, quel testamento che darebbe ragione ad Angiolo non si trova. Il braccio di ferro legale si protrae per oltre 20 anni, fino a quando la Cassazione sentenzia che l’eredità deve essere divisa in quattro parti uguali. La Villa diventa così di tutti. Il 30 ottobre del 2022 la famiglia Carrara Verdi è però costretta a chiudere il museo aperto nel frattempo all’interno della villa. Si rende necessaria la nomina di una curatore fallimentare e nel frattempo da più parti si invoca l’intervento dello Stato, che già nel 2001 e nel 2015 ha stipulato convenzioni per il restauro conservativo della villa e stanziato poco più di un milione di euro.

L’ulteriore intervento si palesa il 21 dicembre del 2023, quando il Ministero della Cultura fa sapere di aver avviato il “procedimento di dichiarazione di pubblica utilità, finalizzata all’esproprio, del complesso di Villa Verdi”. Il 21 maggio del 2024 lo stesso Ministero comunica, poi, di aver notificato l’esproprio agli eredi del compositore. Sembra un nuovo inizio, ma non è ancora così. Il Governo dapprima stanzia 20 milioni di euro per rilevare la tenuta, a fronte di una perizia del Tribunale di Parma che indicava in 30 milioni di euro il valore da porre come base d’asta, e poi ne ha offerti 8 alla famiglia Carrara-Verdi. Un’offerta, quella degli 8 milioni di euro, che si può rifiutare, secondo gli eredi e i loro legali, invece pronti a ragionare su un’offerta che sia almeno di 20 milioni. In quella casa in cui il grande Verdi non voleva dimorassero “dilettanti”, dimorano, per ora, silenzio e polvere.