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7 mag 2022

Progetto #cèunpastoperte In cucina detenuti-studenti

I giovani della sezione carceraria dell’istituto alberghiero Paolo Frisi hanno preparato le pietanze da distribuire ai profughi ucraini di Cinisello

roberta rampini
Cronaca

di Roberta Rampini

"Anche noi siamo rimasti colpiti dalle migliaia di persone che scappano dall’Ucraina per colpa della guerra e abbiamo pensato di fare qualcosa per loro mettendo a disposizione le nostre competenze in cucina". Cinquantatré anni, di origini peruviane, Josè è un detenuto della seconda Casa di reclusione di Milano Bollate. Frequenta la classe terza della sezione carceraria dell’istituto alberghiero Paolo Frisi di Milano e ieri mattina, insieme agli altri studenti-detenuti, ha preparato trenta pasti che sono stati consegnati ai volontari della protezione civile di Cinisello e portati ai profughi ucraini ospiti in città. Un esempio concreto di solidarietà che non conosce confini e che non si ferma neppure davanti alle sbarre del carcere. Un modo per riscattarsi e per contribuire, nonostante gli errori commessi, alla costruzione di un mondo più giusto. È il progetto #cèunpastoperte ideato da docenti e studenti della sezione carceraria del Frisi, in collaborazione con la protezione civile e il Comune di Cinisello. Tre le classi coinvolte: la terza e la quarta che hanno cucinato lasagne vegetali e arrosto con patate, mentre la quinta ha pensato al menù, alla lista degli ingredienti e degli allergeni e alle operazioni di etichettatura. A coordinare gli studenti il referente del progetto Guido Villa, i docenti Matteo Bulgarello, Miriana Ragusa, Alessia Frasca, Angelo Loi, Annaletizia Fortuna che da nove anni, tutte le mattine (o quasi) entrano nelle aule del carcere e nella cucina didattica del terzo reparto per insegnare ai detenuti una professione. Ai banchi oggi ci sono 60 detenuti di tutte le nazionalità: italiani, albanesi, marocchini, moldavi, cinesi, egiziani. "Quest’anno abbiamo anche 5 maturandi che una volta superato l’esame di Stato avranno il loro diploma", spiega la coordinatrice didattica La Fortuna. La scuola in carcere è uno dei tanti progetti avviati nell’istituto di pena all’avanguardia per il trattamento dei detenuti.

"Prima di arrivare qui facevo un altro lavoro – racconta Maurizio, 45 anni – quando ho saputo che c’era la possibilità di fare l’istituto alberghiero mi è sembrata una bella cosa per rimettermi a studiare e per occupare il tempo della pena in modo diverso. La scuola ci aiuta anche a non pensare e questo progetto di solidarietà mi fa sentire utile. A volte avrei voluto mollare tutto ma i docenti sono molto bravi e ci incoraggiano ad andare avanti". Per i detenuti è stato un modo per “simulare un servizio” completo lavorando in team, ciascuno secondo le proprie competenze e con senso di responsabilità. "Il progetto è una delle tante prove di come la sinergia e integrazione tra carcere e territorio funzioni molto bene – dichiara il direttore Giorgio Leggieri –. È un contributo concreto che diamo in uno scenario di guerra".

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