Molestie sul treno da Gardaland, il racconto: "Una trappola: non c’era aria, mi toccavano"

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Milano - "Mio padre mi ha consigliato di spostarmi verso la testa della carrozza per cercare il capotreno e trovare un punto con più spazio, magari anche dei sedili liberi. Ma non riuscivo quasi a camminare perché c’era troppa ressa e non si respirava. Alcuni ragazzi nordafricani mi prendevano in giro dicendo che nessuno mi avrebbe fatta passare perché 'bianca'. Mentre provavo ad avanzare sono stata palpeggiata ma, essendo di spalle, non sono riuscita a capire chi fosse il responsabile. Iniziavo a sentirmi male, in quel momento desideravo solo scendere dal treno". Parole di una diciassettenne, tra le ragazze molestate sul regionale 2640 nel tardo pomeriggio del 2 giugno mentre rientravano a casa dopo una giornata di divertimento trascorsa a Gardaland.

Ha parlato al telefono con suo padre?

"Sì. L’ho chiamato anche prima di salire sul treno, per dirgli che c’era una folla che non mi aspettavo, con ragazzi e ragazze, la maggior parte nordafricani, che urlavano e saltavano da tutte le parti. Alcuni sputavano sui vagoni in sosta. Il binario 3 era preso d’assalto. Il treno che aspettavo era in ritardo proprio a causa dei disordini. Poi, quando sono riuscita a salire, ho avvisato mio padre della situazione. Non c’era una bella atmosfera, anzi mi sentivo in pericolo. Mi sono ritrovata con le porte chiuse, senza possibilità di scendere, accerchiata da almeno 30 ragazzi. Faceva un caldo asfissiante, mi mancava l’aria, e il treno era ancora fermo".

A quel punto cos’ha fatto?

"Io e le amiche abbiamo provato a riaprire le porte più volte. Volevamo scendere e attendere la corsa successiva. Ma le porte restavano chiuse, a un certo punto è anche scattato l’allarme perché qualcuno ha azionato una leva d’emergenza. Presa dal panico, ho richiamato mio padre. Nel frattempo il treno era partito ma la situazione peggiorava, con ragazzi che si sdraiavano pure sulle cappelliere. Io avevo paura anche solo di parlare al telefono vicino a loro, quindi dicevo l’essenziale e poi interrompevo la chiamata. Mio padre mi ha suggerito di provare a spostarmi verso la testa del treno e così ho fatto insieme all’amica che era con me e ad altre ragazze della mia età, conosciute poco prima, con cui abbiamo fatto squadra. Ero terrorizzata. Temevo che qualcuno mi avrebbe rubato il telefono e che non avrei più potuto comunicare con l’esterno né chiedere aiuto. Avevo anche paura di comporre il 112 dato che ero accerchiata".

Che parole le venivano rivolte?

"A me e alle altre ragazze dicevano “donne bianche, che ci fate qui, privilegiate” e altre frasi dello stesso tenore. Ho provato a chiedere ad alcuni di quei ragazzi, tutti nordafricani, che mi sembravano più responsabili, di farci passare. Ma ci prendevano in giro. Mentre ero di schiena, mi hanno palpeggiato. Ero sempre più impaurita e mi sentivo male per il caldo e l’agitazione. Due mie amiche sono svenute e quei ragazzi hanno continuato a deriderle".

Quando è finito l’incubo?

"Quando il treno si è fermato a Desenzano. Inizialmente, un ragazzo ha cercato di impedirci di scendere mettendosi davanti a una porta. Ci guardavamo attorno e abbiamo chiesto aiuto a un altro ragazzo straniero che è riuscito a far spostare tutti gli altri per farci scendere. Lo ringraziamo di cuore".

E una volta in banchina?

"Ero stremata. Ho telefonato di nuovo a mio padre spiegandogli dove fossi. Piangendo, l’ho supplicato di venirmi a prendere. In quel momento non sarei salita su un altro treno per nulla al mondo. Il giorno dopo ho denunciato tutto. Sono ancora scioccata".

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