Italia condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per la morte di un uomo in questura a Milano

C.C. venne fulminato da un’overdose di cocaina mentre era in stato di arresto. I poliziotti non hanno preso tutte le precauzioni per ridurre il rischio di decesso

Polizia di Stato

Polizia di Stato

Milano – Nel maggio del 2001 un uomo, C.C., morì per overdose mentre era in stato di arresto in questura a Milano. Ventidue anni dopo la Corte europea dei diritti umani condanna l'Italia con l'accusa di aver violato il suo diritto alla vita. Secondo quanto stabilito, i poliziotti che avevano arrestato l'uomo – perché sospettato di reati legati al traffico di droga – non hanno preso tutte le precauzioni che si possono ritenere necessarie al fine di ridurre il rischio che morisse a causa di un'overdose mentre era sotto la loro custodia. L'Italia dovrà pagare 30mila euro per danni morali alla madre, la compagna e la figlia della vittima. 

L’arresto

Nelle prime ore del 10 maggio del 2001 C.C. venne arrestato insieme ad altri tre, nel corso di un’operazione anti droga, mentre lasciava il suo appartamento. Fin da subito le sue condizioni psicofisiche era apparse piuttosto gravi, molto probabilmente a causa dell’assunzione di stupefacenti. Gli venne permesso di riposare all’interno della macchina della polizia. Aveva conati di vomito mentre dalla bocca gocciolava del liquido chiaro. Intorno alle 3.30 venne trasferito, ammanettato, in una camera di sicurezza in questura a Milano.

La morte 

Intorno alle 5.50 chiese di andare in bagno, lì iniziò a vomitare finché ebbe un collasso, con sangue che gli usciva dal naso. Il poliziotto che lo aveva accompagnato in bagno disse poi che “non aveva fatto attenzione all’uomo perché era impegnato a registrare e fare le foto segnaletiche di altre persone”. Quando vennero chiamati i soccorsi, l’uomo era cianotico, aveva difficoltà a respirare e convulsioni. L’ambulanza arrivò alle 6.07, alle 6.16 venne dichiarata la morte all’ospedale Fatebenefratelli. L’autopsia concluse che la causa della morte era un’intossicazione acuta di cocaina assunta poco prima di morire. Nell’aprile del 2003 la Procura decide si non avviare nessuna indagine, visto che la morte non era stata causata da terze parti.

La richiesta della famiglia

La famiglia di C.C., la madre, la compagna e la figlia, oggi 29enne, non si è mai arresa a questa conclusione e fece causa al ministero dell’Interno per omissione di soccorso e omessa sorveglianza. Il tribunale di Milano giudicò il Viminale responsabile, concludendo che la polizia aveva mancato di provvedere a un’adeguata sorveglianza della vittima, che evidentemente era in possesso di una grossa quantità di cocaina, che poi aveva ingerito e con cui si era procurato un’overdose. Il tribunale stabilì un risarcimento di centomila euro per la madre e di 125mila per la figlia di C.C. 

In Appello però la decisione venne ribaltata, perché secondo i giudici l’overdose era sì stata causata dall’ingestione di una forte quantità di cocaina proprio nell’imminenza dell’arresto, ma che tutto era avvenuto su “terreno fertile, in un corpo già provato da precedenti ingestioni di dorghe”. Sentenza poi confermata in Cassazione. 

La condanna della corte di Strasburgo 

Non la pensa così la corte di Strasburgo, che invece ha condannato l’Italia (sei giudici a favore, uno contrario) per la violazione dell’articolo 2 – diritto alla vita  – della Convenzione europea dei diritti umani. Secondo la corte, le autorità sono responsabili delle persone che sono sotto la loro custodia, considerata la loro posizione di vulnerabilità. Secondo i giudici, sebbene non ci siano prove sufficienti a dimostrare che i poliziotti sapessero o avrebbero dovuto sapere di un rischio concreto che C.C. assumesse una dose letale di cocaina, in ogni caso avrebbero duvuto prendere tutte le precauzione minime per ridurre ogni potenziale pericolo alla sua salute. Soprattutto dal momento che non era stato bene ed era ben noto come tossicodipendente. 

 E invece non ci fu nessun intervento sanitario subito dopo l’arresto. In merito poi alla difesa del Governo italiano, che spiegò che non venne fatta nessuna ispezione intima alla ricerca di droga per non violare un altro diritto umano, la Corte ritiene che in questo particolare caso le autorità avrebbero potuto e dovuto assicurarsi che C.C. non nascondesse degli stupefacenti. 

Le conclusioni dei giudici sono dunque che i poliziotti non hanno preso tutte le precauzioni per difendere la vita di C.C e la Corte condanna l’Italia a pagare un risarcimento collettivo di 30mila euro.