Francesco La Rosa
Francesco La Rosa

Milano, 9 aprile 2020 - Correva l’anno 1956 quando Francesco La Rosa calcò per l’ultima volta le scene della serie A, nella Pro Patria di Busto Arsizio che da allora non è più tornata ai piani alti del calcio. L’ex attaccante, classe 1926, si è spento ieri al Pio Albergo Trivulzio di Milano, una delle residenze sanitarie per anziani in emergenza per i contagi da coronavirus. "Milano lo ha cresciuto e adesso lo ha tradito", spiega il genero, Stefano Mansi, dipendente di Palazzo Marino e sindacalista Cisl. "Lo abbiamo visto per l’ultima volta la prima settimana di marzo – racconta – poi hanno sospeso le visite, ma mia moglie continuava ad andare ogni giorno a portare i vestiti. L’ultima videochiamata risale a tre giorni fa, non ci hanno detto che stava male ma vista la situazione eravamo molto preoccupati. Si sono fatti sentire solo per comunicarci il decesso".

Francesco La Rosa è morto in solitudine, a 94 anni, senza poter stringere la mano ai propri cari, come sta accadendo a tanti anziani ricoverati negli ospedali o nelle Rsa. Di lui restano fotografie in bianco e nero di quando, da giovane, correva dietro un pallone, confrontandosi a San Siro con campioni come Nils Liedholm e Giuseppe Meazza, Benito Lorenzi “Veleno“. Resta una pagina su Wikipedia che ripercorre la sua carriera, dall’esordio con i dilettanti del Laveno Mombello all’acquisto da parte della Pro Patria: l’11 settembre 1949 gioca la sua prima partita in Serie A contro la Roma. Al primo campionato segna 6 reti. Nella stagione 1951-1952 registra il suo record personale in A, 11 gol. Ha anche vestito la maglia della Nazionale italiana alle Olimpiadi di Helsinky del 1952, centravanti nei match contro Stati Uniti e Ungheria. "Quando è nato il suo primo figlio ha deciso di ritirarsi – racconta il cognato – poi ha gestito concessionari di auto a Milano, marchio Fiat e Lancia, fino agli anni ’90, quando è andato in pensione".

Nato a Messina, è cresciuto a Milano, in piazza Gobetti, nel quartiere di Lambrate. "Durante la guerra andava in bicicletta a prendere le uova a Saronno – ricorda Mansi – amava la sua città, che negli ultimi anni della sua vita lo ha tradito e lasciato solo". Da alcuni anni viveva al Pio Albergo Trivulzio. È una delle vittime invisibili dell’epidemia che sta provocando una strage nelle Rsa. "Ha visto morire tante persone che erano con lui nel reparto – conclude il cognato – poi è toccato anche a lui. Devono darci delle spiegazioni per quello che è successo. Invece di proteggere gli anziani li hanno lasciati in balia del coronavirus".

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