Dalla comunità alla Siria: il mistero di Monsef El Mkhayar, foreign fighter pentito. “Non sappiamo se è vivo”

Il viaggio dalla Lombardia per unirsi all’Isis, la figlia e infine il carcere curdo. Si torna in aula nove anni dopo la partenza: “Appello impossibile, è irreperibile”

Monsef El Mkhayar

Monsef El Mkhayar

Milano, 9 gennaio 2024 –  Monsef El Mkhayar potrebbe essere morto, ancora detenuto in Siria oppure disperso nel caos seguito alla caduta dello Stato Islamico.

Tante ipotesi e nessuna certezza sulla sorte del foreign fighter partito per il Paese arabo nel 2015 che, dopo la cattura da parte delle autorità curde, aveva fatto sapere anche attraverso i suoi familiari di essersi dissociato dall’Isis e di voler tornare in Italia per collaborare con le autorità.

Sul giovane, condannato in primo grado dalla Corte d’Assise di Milano a 8 anni di reclusione il 13 aprile 2017 per terrorismo internazionale, pende ancora un mandato di arresto europeo. Ma si sarebbero perse ormai da anni le sue tracce che risalgono agli ultimi contatti, nel 2019, durante la detenzione in Siria.

"Non abbiamo sue notizie – spiega il suo difensore, l’avvocato Gianpaolo Di Pietto – e non sappiamo neanche se è ancora vita oppure se è deceduto". Non avrebbe informazioni sulla sua sorte anche una zia, che vive in Piemonte e durante il processo aveva spiegato che il giovane si era dissociato dall’Isis perché "stanco di vedere teste mozzate". E non avrebbero dato esito le sue ricerche e i tentativi di riportarlo in Italia, anche attraverso contatti con le autorità curde.

Per domani è stata fissata intanto l’udienza del processo davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Milano, nove anni dopo la sua fuga dalla Lombardia, che a meno di colpi di scena potrebbe essere sospeso proprio per l’irreperibilità dell’imputato che rende impossibile notificargli gli atti e procedere in sua assenza.

La storia di Monsef El Mkhayar è simile a quella di tanti giovani di origine nordafricana attirati dalle sirene della jihad, che si sono radicalizzati e hanno scelto di prendere le armi unendosi all’Isis. Prima di partire per la Siria, dove si è sposato e ha avuto una figlia, Monsef ha vissuto nella comunità Kayros di Vimodrone, fondata da don Claudio Burgio.

Sia da ragazzo, come è emerso dalle testimonianze raccolte nell’ambito delle indagini della Digos coordinate dal pm Piero Basilone (ora procuratore a Sondrio), aveva sempre "dato problemi per la precaria situazione familiare, il precoce uso di alcol e droghe e il carattere aggressivo". In seguito, "pervaso da fanatismo religioso" avrebbe cercato anche di inculcare in altri giovani le sue idee che già all’epoca avevano sposato quelle di Al Qaeda.

Finito in carcere nel 2013, una volta uscito ha iniziato a frequentare assiduamente la moschea di viale Padova e a parlare solo di Corano e Maometto. Proprio in questo periodo è riuscito anche a convincere un amico della comunità, Tarik Aboulala, con cui condivideva casa, a seguirlo "verso la strada di Allah".

Il 17 gennaio 2015, i due ventenni sono partiti da Bergamo per Istanbul per poi raggiungere in pullman Raqqa, roccaforte di Al Baghdadi. A quel punto, i loro cellulari non hanno dato più segnali per tre mesi. Hanno riacceso i telefoni nell’aprile successivo quando su Facebook sono comparse alcune foto in cui Monsef era ritratto in abbigliamento paramilitare, con in mano un fucile. A luglio hanno contattato un amico della comunità tramite WhatsApp per convincerlo a raggiungerli. Davanti al suo rifiuto, sono partite le minacce con Tarik che, prima di morire in un combattimento, gli aveva scritto: "Quando arrivo là ti taglio la testa". Poi le sorti del conflitto si sono rovesciate, il Califfato è caduto e Monsef è finito in un carcere gestito dalle autorità curde, condividendo la sorte di altri foreign fighter europei catturati. Da lì anche attraverso interviste rilasciate nel 2019 aveva lanciato segnali su una volontà di collaborare, chiedendo di essere riportato in Italia, fino a quando è caduto il silenzio.

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