Maurizio Nichetti
Maurizio Nichetti

Milano, 14 agosto 2016 - Dalle passeggiate con i nonni al film Ratataplan, dai primi passi della compagnia “QuellidiGrock ” sino alle ultime fatiche al fianco dei giovani del Centro Sperimentale di Cinematografia. Nelle acrobazie artistiche di Maurizio Nichetti, mimo, attore, sceneggiatore e regista, c’è tutta la sua Milano, concreta, poetica e "folle".

Il primo ricordo di Milano?
"Abitavo in via Marcona e giocavo sempre in piazza Grandi, ricordo il “gigante con la cascata”, le prime passeggiate con i nonni. Non avevo ancora quattro anni. Poi mi sono trasferito in piazza Insubria, al Calvairate, ho visto nascere quella piazza, da campo arato a deposito di cassette per il mercato sino a diventare campo giochi negli anni Cinquanta. Sapevo tutto della piazza".

È il suo luogo del cuore?
"L’avevo scelta anche come tema di esami: arte e giardini, 30 e lode. Per tanti anni piazza Insubria è stato il mio luogo del cuore sì, poi i ricordi sbiadiscono, l’infanzia è più lontana. Ma era meta di pellegrinaggio dovuto, anche quando prendevo l’autostrada del Sole".

E la montagnetta di Ratataplan?
"Prima la montagnetta di San Siro nessuno se la filava, era brulla, non era considerata un polmone verde di Milano. Poi arrivarono le feste dell’Unità e diventò più vivace. Nel ’79 era una location inedita e quasi degradata. Per il film mi faceva gioco, avevo bisogno di un “non luogo” dove mettere un baracchino di bibite e cosa ci poteva essere di più assurdo e curioso di una cima da scalare?".

Milano è ricca di luoghi surreali, come i suoi film?
"Ho girato quasi sempre dalle parti della Stazione Centrale, in zona Melchiorre Gioia, da Volere volare a Stefano Quantestorie. Milano è piena di tutto. Negli ultimi dieci anni poi ci sono zone fantascientifiche, ma già allora accanto alle case di ringhiera di via Castillia c’erano i palazzoni, era già luogo di grattacieli".

Quanto ha influito la città nella sua carriera?
"Milano era l’isola felice della pubblicità, gli anni 70-80 erano un periodo d’oro, anche un po’ esagerati. Il Politecnico, il mimo al Piccolo, le amicizie, ho potuto lavorare con Bruno Bozzetto, per citare le occasioni che Milano mi ha regalato. E forse è stato un limite al mio viaggiare: abitando a Milano ero abituato al cambiamento senza dover emigrare altrove".

Pregio e difetto di Milano?
"Il pregio e il limite è quello di essere una città complicata, eterogenea, ha il pregio di avere culture diverse e problematiche contraddizioni. A Milano ci sono state Piazza Fontana, la contestazione, le bombe, è stata anche difficile da vivere, ma tutto accade prima qui. Anche “mani pulite” col fenomeno delle denunce è accaduto 25 anni prima di mafia capitale".

La soddisfazione più grande che le dà la città?
"A distanza di 30 anni da Ratataplan la gente mi ferma per strada, mi saluta con un sorriso. È un ricordo piacevole. Anche per chi lo guarda oggi Ratataplan ha una freschezza ritmica, impensabile negli anni 70, lontana dal Neorealismo: è la follia della poesia".

E la follia di Milano.
"Non per niente Ladri di biciclette è stato girato a Roma e Miracolo a Milano qui, con i barboni a cavalcioni di scope".

I film meneghini che meglio rappresentano la città?
"Miracolo a Milano perché lo sento più vicino e perché dà anche la dimensione spietata della città e della povertà dignitosa, ma anche Rocco e i suoi fratelli, Lo svitato con Dario Fo. E non penso solo a film per pochi ma anche a Celentano, Renato Pozzetto. Villaggio non è milanese ma viene dal Derby di Milano, che ha creato quella follia che ha fatto bene all’Italia. Sa, quando sono blockbuster sono film nazionali, quando non incassano tanto sono milanesi. Non lo trovo molto giusto".

E si tornano a girare anche film internazionali qui.
"C’è una Film Commission, speriamo che riesca. E ci sono ambienti che attirano troupe indiane e cinesi come l’Inter e il Milan".

A proposito, per chi fa il tifo?
"Sono milanista purtroppo, ho paura che ci avvicineremo al business della vendita di maglietta e dei gadget. Difficile affezionarsi ai calciatori se l’anno dopo ci giochi contro. Difficile essere tifosi".

Prossima scommessa?
"Io sono ottimista, continuo a stare in mezzo ai giovani al Centro Sperimentale di Cinematografia, mi piace trasmettere la mia passione e ricevere da loro l’entusiasmo che dopo tanti anni di lavoro è facile perdere. I giovani mi permettono di stare nella fascia della sperimentazione".
simona.ballatore@ilgiorno.net