ANDREA GIANNI
Cronaca

Il giovane carabiniere che diventerà capo degli 007: “Quel blitz nel covo delle BR e la lezione di Dalla Chiesa”

Il Policlinico di Milano ha ricordato il direttore sanitario Luigi Marangoni, vittima della Colonna Alasia nel 1981. All’incursione di Cinisello Balsamo partecipò Marco Mancini: "I pericoli del terrorismo oggi? I lupi solitari”

Marco Mancini; a destra, l'auto di Luigi Marangoni

Marco Mancini; a destra, l'auto di Luigi Marangoni

Milano, 19 giugno 2024 – Il 13 novembre 1982, giorno dell’irruzione nel covo delle Brigate Rosse al settimo piano di un anonimo condominio a Cinisello Balsamo, Marco Mancini era un giovane carabiniere di 22 anni, messo di fronte a una delle prove più difficili. Il ricordo di quel blitz condotto dalla Sezione speciale anticrimine di Milano fondata dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa è ancora vivo, a quasi 42 anni di distanza. Quel giorno segnò una tappa fondamentale nella lotta al terrorismo, con la cattura dell’infermiera del Policlinico Ettorina Zaccheo, a capo della Brigata ospedalieri-Colonna Walter Alasia.

Era stata lei a tradire Luigi Marangoni - direttore sanitario dell’ospedale milanese assassinato il 17 febbraio del 1981 - indicandolo come obiettivo da colpire in una stagione segnata da attentati contro magistrati, medici, giornalisti, politici e forze dell’ordine. Ettorina Zaccheo fu condannata all’ergastolo, in seguito ottenne una riduzione della pena, e fu accolta dalla comunità fondata da don Gino Rigoldi.

L’uomo che nel 1982 partecipò alla sua cattura, agli esordi di una carriera che poi lo ha portato ai vertici dei servizi segreti e dell’antiterrorismo, autore del libro “Le regole del gioco”, ieri ha incontrato nell’aula magna del Policlinico la moglie e i figli di Marangoni.

All’incontro moderato da Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi, anche lui vittima del terrorismo, hanno partecipato colleghi e amici del dirigente ospedaliero ucciso: l’ex ministro della Salute Girolamo Sirchia, all’epoca medico al Policlinico, e il dottor Basilio Tiso. E Gaetano Maria Fara, all’inizio degli anni ’80 direttore di laboratorio, anche lui finito nel mirino delle Br. Li ha accolti l’attuale dg, Matteo Stocco.

Mancini, qual è il suo ricordo del blitz nel covo di Cinisello Balsamo?

"Avevamo ricevuto l’informazione, da un brigatista arrestato, che in via Terenghi si trovava la base operativa della colonna Alasia, che aveva commesso diversi omicidi e atti terroristici in Lombardia. Alle 3 del mattino, con il supporto dei carabinieri di Cinisello Balsamo, siamo entrati nel palazzo e saliti al settimo piano. Ho bussato alla porta, qualificandomi come carabiniere. Poco dopo ho sentito un rumore metallico, tipico del caricamento di un fucile o di una pistola, ma fortunatamente da dentro hanno detto: ‘Ci arrendiamo’. Siamo entrati e ho subito riconosciuto Daniele Bonato, brigatista latitante. Io avevo il compito di perquisire una camera da letto".

Che cosa ha trovato?

"Nella camera c’era l’arsenale delle Brigate Rosse: fucili Ak47, tritolo, bombe, pistole. In casa c’era anche Ettorina Zaccheo, l’infermiera che aveva fornito le informazioni per colpire Marangoni. Quando siamo entrati ha cercato di mettere la mano nel comodino per prendere un’arma, poi l’abbiamo bloccata e si è dichiarata prigioniera politica. Tanti terroristi negli anni successivi si sono pentiti, lei non lo ha mai fatto".

Che cosa rappresentò quel blitz, nella battaglia contro le Br?

"Fu una tappa importante perché nel covo, oltre alle armi, trovammo anche numerosi documenti. Siamo riusciti a disarticolare la struttura centrale della colonna Walter Alasia, seguendo gli insegnamenti del generale Dalla Chiesa, che era stato assassinato a Palermo poche settimane prima".

Perché le Brigate Rosse decisero di uccidere Marangoni?

"Marangoni fu ucciso perché era una persona perbene, che aveva denunciato le infiltrazioni di terroristi nell’ambiente dell’ospedale, senza chiudere gli occhi. Come le altre vittime, è stato ucciso perché faceva il suo dovere con rettitudine e coraggio, facendo funzionare lo Stato. Penso a Guido Rossa, ai magistrati Galli e Alessandrini, all’allora vicecomandante nel carcere di San Vittore Francesco Di Cataldo, al direttore del personale delle Ercole Marelli Renato Briano, solo per citare alcuni nomi".

Arrivando al presente, in Italia ci sono ancora pericoli legati al terrorismo?

"I pericoli sono legati principalmente al terrorismo di matrice islamica e ai cosiddetti ‘lupi solitari’ che, pur non essendoci più una centrale operativa dell’Isis, continuano a colpire in Europa. Per questo non bisogna abbassare la guardia, monitorare, individuare queste persone e impedire che colpiscano. Anche perché alcuni attentatori che hanno agito all’estero, penso al recente caso di Bruxelles, sono transitati dall’Italia".