GIGANTE BIONDO Il giocatore in campo per la Lazio
GIGANTE BIONDO Il giocatore in campo per la Lazio

Milano, 11 giugno 2017 - Luciano Re Cecconi muore a 28 anni. Originario di Sant’Ilario (Nerviano), gioca nel Sant’Ilario e nell’Aurora, prima di passare alla Pro Patria. Passa poi al Foggia e nel 1972 alla Lazio. Con la formazione biancoceleste conquista lo scudetto nel campionato 1973-1974. La sera del 18 gennaio 1977 Re Cecconi entra nella gioielleria di Bruno Tabocchini, in via Nitti 68, a Roma, in compagnia del compagno di squadra Pietro Ghedin e di Giorgio Fraticcioli, marito della proprietaria di una profumeria e direttore commerciale di una ditta di cosmetici. Il centrocampista laziale, raccontano, grida «Fermi tutti, questa è una rapina!». Uno scherzo. Il gioielliere estrae una pistola Walther dalla fondina legata alla cinta dei pantaloni, la impugna a due mani e la punta prima contro Ghedin, che alza le braccia e subito dopo contro Re Cecconi. L’arma esplode un colpo. Raggiunto al torace, il calciatore muore in pochi attimi per una emorragia interna. L’orefice viene arrestato e processato per eccesso colposo di legittima difesa. Il pubblico ministero Franco Marrone chiede una condanna a tre anni di reclusione. Tabocchini viene assolto per avere agito in stato di legittima difesa putativa.

«Avevo vent’anni, anche meno, e dovevo difendere mio padre. Credo che la cosa più devastante per un uomo sia essere ricordato per quello che non è stato. Non è giusto per lui, non è giusto per chi è rimasto. Per tanto tempo sono vissuto con una specie di marchio: essere il figlio di quello che era entrato a fare il cretino in una oreficeria ed era stato castigato. Mio padre non era ‘quella’ persona». Stefano Re Cecconi è tornato a vivere a Nerviano, dove tanti amici, a cominciare dall’ex sindaco Sergio Parini, lo aiutano a tenere viva le memoria del padre. Ha 43 anni. Ne aveva due e mezzo quando morì Luciano. La storia e la drammatica fine del calciatore della Lazio sono ora riproposte in un libro, «Aveva un volto bianco e tirato. Il caso Re Cecconi», scritto dal giornalista Guy Chiappaventi.

Stefano Re Cecconi, cosa rappresenta un padre mai conosciuto?

«Una grande ammirazione per un padre che è stato Luciano Re Cecconi, giocatore della Lazio. La Lazio mi è entrata nella vita come una cosa di famiglia. Questo da una parte. Dall’altra, durante la crescita, non è stato semplice avere come riferimento una figura paterna così importante. Con la maturità mi sono reso conto di come fosse difficile comunicare all’esterno quelle verità che via via stavano uscendo e fare capire che mio padre non era certo uno sprovveduto, vittima di uno scherzo finito male, come si è continuato a pensare per anni».

Tempo fa lei ha detto che di Luciano Re Cecconi tutti conoscono solo il primo tempo, mentre manca il secondo.

«Succede quando si estrapola una storia di ciò che le sta attorno. Tutto è stato raccontato in modo molto superficiale. C’è un personaggio come l’orefice, una persona poco lucida, che ha già sparato: punta la pistola prima contro Pietro Ghedin, poi contro mio padre. Non ho mai visto uno che, sentendosi minacciato, indirizza la pistola prima su una persona e poi su un’altra. Possibile che non lo conoscesse? Il figlio dell’orefice Tabocchini era un grande tifoso laziale. Mio padre abitava nei dintorni, la zona della Collina Fleming era una specie di feudo dei laziali, ci vivevano in tanti. Il macellaio vicino di negozio dell’orefice è stato il mio padrino di battesimo. E poi il processo: tutto risolto in diciotto giorni, un esempio di celerità eccessiva in una Italia dove si va a passo di formica».

Ghedin è contraddittorio. Nell’immediatezza dichiara che Re Cecconi, entrando nella gioielleria, gli ha parlato della sua intenzione di fare uno scherzo. Al processo lo nega. Oltre a dichiarare di non essere stato “particolarmente amico” di Re Cecconi.

«Ghedin sono andato a conoscerlo nel 2002, in un allenamento della Nazionale alla Pinetina. Era il vice di Trapattoni. Ero con un amico. Mi ha guardato come se avesse visto un fantasma. ‘Sai, Stefano, ho un po’ fretta’, mi ha detto. Ha chiesto se volevo dei biglietti per la partita. Mi ha dato l’impressione di uno che faceva di tutto per chiudere una situazione scomoda. Io non avevo fatto nessun riferimento all’accaduto. Quando ce ne siamo andati, il mio amico mi ha chiesto cosa gli avessi fatto».

Cosa chiede, oggi, il figlio di Luciano Re Cecconi?

«Il mio desiderio non è quello di imporre una verità, ma di raccontare la storia di Luciano nel dettaglio dell’accaduto. Raccontare l’uomo e il campione. Poi le persone faranno le loro valutazioni».

Crede che sia possibile arrivare alla verità?

«La verità su quel preciso momento è molto difficile. Ma per me è importante che oggi ci si domandi ‘perché’, che ci si faccia qualche domanda».