L’eredità di chi ce l’ha fatta: "Mio padre deportato a Dachau lottò per non essere un numero"

Incontro con Donato Parete, figlio di Ermando, finanziere imprigionato nel ’44 e morto a 93 anni "Ai giovani diceva: se io sono sopravvissuto in quel campo, voi potete fare qualunque cosa".

L’eredità di chi ce l’ha fatta: "Mio padre deportato a Dachau lottò per non essere un numero"

L’eredità di chi ce l’ha fatta: "Mio padre deportato a Dachau lottò per non essere un numero"

Quel numero tatuato sul braccio sinistro, 142192, Ermando Parete non è mai riuscito a dimenticarlo. "E io, suo figlio, ce l’ho sempre nella mente. Mio padre, a un certo punto, ha anche provato a cancellare quel tatuaggio". Rimasto come segno indelebile di quel che fu. Marchio degli orrori vissuti ma anche simbolo eterno della propria vittoria. Non a caso "ai ragazzi lasciava questo messaggio: “Se io sono sopravvissuto a un posto come Dachau, voi potete fare qualsiasi cosa“". Parole di Donato Parete, figlio di Ermando, scomparso nel 2016 a 93 anni. Era un giovane finanziere quando nel 1944 fu deportato a Dachau, in Germania, perché catturato dai repubblichini si era rifiutato di combattere con loro. La sua storia è stata al centro dell’incontro con i ragazzi della scuola media dell’Istituto comprensivo Alda Merini in via Sapri 50, zona Musocco, ieri mattina in occasione della Giornata della Memoria. "Oggi – ha detto ai suoi ragazzi il preside Angelo Lucio Rossi – vi viene consegnata la Memoria. È più di un diploma, è come un albero che dobbiamo piantare nel cuore. In questa giornata, pensiamo anche ai bambini palestinesi".

Originario di Abbateggio, vicino Pescara, Ermando Parete si era arruolato nel Corpo della Guardia di finanza quando aveva 20 anni. Per essersi rifiutato di passare dalla parte dei nazi-fascisti, è stato deportato e assegnato alla manutenzione e riparazione dei tracciati ferroviari. "Mio padre era arrivato a pesare 29 chili in quel campo di sterminio. Un posto in cui è programmata la morte di tutti i prigionieri. È riuscito a sopravvivere perché aveva una grande forza e anche perché alla Scuola alpina di Predazzo aveva imparato a riconoscere le erbe e così raccoglieva qualcosa in più per nutrirsi. Poco, ma che gli consentiva di aggiungere qualcosa alla brodaglia salata servita nel campo. Mio padre ha vissuto orrori". Diventando anche “cavia“ di esperimenti, ad esempio immerso in acqua gelata per provare quanto l’uomo potesse resistere al freddo. "Orrori del genere sono accaduti perché “persone normali“, come noi, sono rimaste indifferenti. A Milano, i deportati partivano dal Binario 21. Le altre persone capivano che, fino a due giorni prima, erano in mezzo a loro?".

Ermando Parete è stato liberato il 29 aprile dalla Settima armata americana ed è rientrato in servizio nelle Fiamme Gialle. "Ce l’ha fatta. Non fosse successo, io non sarei nemmeno nato". Lo ripete Donato, milanese, che ha raccolto il testimone del papà, "il quale tra gli 80 anni e i 91 ha vissuto la sua terza vita incontrando gli studenti in tutta Italia per rendere viva la Memoria. È stata la sua ultima missione". A onorarlo, dal 2017, c’è anche il Premio Pareto assegnato ogni anno a una personalità del mondo imprenditoriale, "che incarna i valori di eccellenza, intraprendenza e ottimistica laboriosità". Ultimo messaggio lasciato ai ragazzi: "Studiate, sempre. Il mondo cambia sempre e voi dovete attrezzarvi per capirlo e per non essere indifferenti. Anche questo diceva mio padre".

Ospite d’eccezione Maurizio Barbarello, vicepresidente Aned (Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti) Milano. "La regola dei campi era questa: notte e nebbia. Significa che dovevi sparire dopo essere stato sfruttato fino al midollo". Ma c’era chi, nonostante tutto, continuava a sognare. "Come Ugo Sesini, musicista, che avrebbe voluto organizzare un grande concerto a Milano, in piazza Duomo, una volta libero. Ma morì a Mauthausen. Ucciso in un altro campo Guido Valota. Suonava il violino e, la notte di Natale 1944, fu chiamato a suonare per le SS. La paga? Un pesce sotto sale, che divise in sei pezzettini spartendolo con i compagni: la solidarietà è esistita anche nei lager".

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