“Le vittime dei maltrattamenti non provano rabbia ma vergogna”. A Inzago studenti a lezione da esperti

All’istituto Bellisario un percorso che durerà un anno intero: “Riflettiamo sul senso di colpa e sull’ossessione del controllo”

"Le vittime dei maltrattamenti non provano rabbia ma vergogna"

Da sinistra la vice procuratrice Monica Cavassa, la. presidente di fondazione Marchesi Marta Mura. , l’avvocata Valeria Gerla e. il preside Gustavo Matassa

"Le donne maltrattate? Non sono mai arrabbiate o rabbiose. Incredibilmente, provano vergogna". Il diritto e i processi, i social e le piattaforme anonime, la comunicazione violenta e la presa di coscienza: gli studenti del Bellisario “a lezione” da esperti. L’incontro intitolato “Voglio una donna con la gonna“ si è tenuto l’altra mattina: è il secondo del ciclo “Quanto forte ti pensavo“, che durerà un anno intero: incontri, seminari, riflessione e laboratori sulla violenza di genere.

Nel nome di “madrine speciali“ come Giulia Tramontano, Giulia Cecchettin e Romina Vento, "le cui vicende drammatiche ci hanno ispirato, e ci stanno guidando". Davanti a una platea di studenti e studentesse gli organizzatori: l’istituto Bellisario rappresentato dal preside Giuliano Matassa e dalla prof Antonella Fanizza, e la fondazione Marchesi, con la presidente Marta Mura, avvocata, impegnata sul fronte della sensibilizzazione. Davanti ai ragazzi, e fra di loro, la consigliera per le pari opportunità della Regione Valeria Gerla e la procuratrice Monica Cavassa. "Sono qui anche per spiegarvi cosa faccio ogni giorno – ha spiegato la magistrata –. Ogni volta che una donna subisce violenza raccolgo elementi, metto insieme un quadro: dietro ogni racconto c’è un vissuto, che va compreso e rispettato". La vergogna. "È un minimo comun denominatore. Non rabbia, ma vergogna. E senso di colpa: mi è capitato perchè ho bevuto; perchè sono tornata da sola, invece di chiamare mio padre; perchè avevo il tacco alto ed ero troppo provocante. Alle donne viene assegnato, o loro stesse si assegnano, un pezzetto di responsabilità".

Dalle aule di tribunale alle stanze dei giovani, in tempo di social, messaggi, piattaforme e mille possibilità di contatto. Occhio alla comunicazione violenta "che non è necessariamente – ha detto Valeria Gerla ai ragazzi – quella apertamente minacciosa. Pensate a Giulia Cecchettin. Alle amiche scriveva “Ragazze, non so più che fare. Lui dice che senza di me non può stare, che si ammazza“. Ditemi, a voi è mai capitato?". Le piattaforme anonime: "Sono un veicolo facile di violenza verbale, minacce, vessazioni. Non parliamo qui di pericoli della rete. Ma delle abitudini che stiamo assumendo: essere sempre sotto controllo altrui; o viceversa, controllare gli altri". Le parole dei ragazzi: "I miei non mi controllano – dice una giovane – ma ho la fortuna di avere una sorella più grande: è lei a mettermi in guardia quando serve". Il calendario prosegue. In aprile il seminario “La cura“, con gli esperti della Fondazione per la Famiglia Carlo Maria Martini; in ottobre “Belle speranze“, incontro con la Rete antiviolenza Viola, forze dell’ordine e istituzioni; in novembre incontro con le famiglie.

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