ANDREA GIANNI
Cronaca

Le tragedie dimenticate: "I nostri figli e fratelli morti in carcere. Fermiamo la strage"

Samuele, Alessandro e le altre vittime. L’appello dei familiari senza giustizia "Chi ha problemi psichici deve essere trasferito in strutture protette". Don Gino Rigoldi: l’ultima stretta è una tortura, intervenire sui giovani.

Le tragedie dimenticate: "I nostri figli e fratelli morti in carcere. Fermiamo la strage"

Le tragedie dimenticate: "I nostri figli e fratelli morti in carcere. Fermiamo la strage"

"Mio fratello non è stato protetto, aveva problemi psichici e non doveva stare in carcere. Aveva bisogno di aiuto, ed è stato abbandonato". Il ricordo di Rosalinda Bua, che da anni vive a Melzo con il marito, torna al novembre del 2018, quando il fratello Samuele si tolse la vita all’età di 29 anni impiccandosi con una corda costruita con lacci da scarpe nel carcere Pagliarelli di Palermo. Giovedì scorso si è presentata davanti al Palazzo di giustizia di Milano, con una t-shirt con la foto di Samuele, per far sentire la sua voce assieme ad altri parenti di detenuti morti in cella. "Siamo qui – spiegano – perché queste tragedie non devono più succedere, le condizioni delle carceri non sono degne di un Paese civile". Samuele Bua, ricorda la sorella, dal 2011 era seguito dai servizi sociali a Palermo, per problemi psichici e una grave forma di schizofrenia. "È morto dopo sei mesi trascorsi in un carcere – spiega Rosalinda – dove non avrebbe dovuto stare, anche perché era già stato deciso il suo trasferimento nella casa circondariale di Barcellona Pozzo di Gotto, l’ex ospedale psichiatrico giudiziario". Sul suicidio di Samuele la Procura di Palermo aveva aperto un’inchiesta, dalla quale è scaturito il processo a carico di due medici all’epoca in servizio al Pagliarelli concluso nel 2021 con l’assoluzione dall’accusa di omicidio colposo. Il giudice ha stabilito che non avrebbero avuto alcuna responsabilità nel gesto estremo, e che avrebbero operato correttamente e seguendo le linee guida. Di parere opposto i familiari, che si erano costituiti parti civili presentando una consulenza dalla quale emergevano anche tracce di alcol nel sangue di Bua.

"Sul fronte penale non abbiamo avuto giustizia – prosegue Rosalinda – e il capitolo purtroppo si è chiuso così. Stiamo portando avanti una causa civile, con l’avvocato Andrea Cantoni, perché Samuele era nelle mani dello Stato e non è stato protetto. Spero che le nostre manifestazioni servano per arrivare a un cambiamento reale delle condizioni dei detenuti". Al sua fianco c’è anche Mirella Maggioni, la madre di Alessandro Gallelli, il 21enne che nel febbraio 2012 è stato trovato morto in una cella del carcere di San Vittore, impiccato con un laccio. I familiari per più di dieci anni si sono opposti all’archiviazione del caso come un suicidio. In quella cella, tra l’altro, il giovane avrebbe dovuto essere controllato 24 ore su 24. Ma non fu fatto. "Ci siamo battuti perché non potevamo stare fermi, a piangere nostro figlio senza agire – spiega Mirella – ma alla fine non conosceremo mai la verità su quello che è successo. Possiamo solo continuare a supportare la battaglia per i diritti dei detenuti – prosegue – perché esseri umani non devono essere dimenticati in carcere e lasciati morire così. Cerchiamo, nel nostro piccolo, di fare qualcosa".

Appelli rilanciati da avvocati, magistrati ed esponenti delle istituzioni, che chiedono "interventi urgenti" per fermare la tragedia dei suicidi in carcere con il suo "agghiacciante elenco" che si è allungato ancora con la morte nel carcere di Como del palestinese di 32 anni Nazim Mordjane, il detenuto che il 21 settembre dell’anno scorso era evaso dall’ospedale San Paolo di Milano lanciandosi da una finestra e provocando il grave ferimento di un agente di polizia che è caduto mentre cercava di bloccarlo. Catturato in Svizzera dopo una fuga durata 15 giorni, era stato portato nel penitenziario dove nei giorni scorsi si è tolto la vita inalando il gas di una bomboletta da campeggio. Il garante dei detenuti del Comune di Milano, Francesco Maisto, l’assessore al Welfare Lamberto Bertolè, e altri rappresentanti di Palazzo Marino, Camera Penale e Anam, hanno lanciato un appello a tutti i parlamentari e al ministro della Giustizia Carlo Nordio affinché provvedano, con "norme specifiche" e con "interventi urgenti, anche per tamponare l’emergenza" a fermare "uno stillicidio insopportabile". Dall’inizio dell’anno, infatti, sono già 32 i suicidi nei penitenziari italiani. Tragedie provocate dal sovraffollamento, dalla carenza di attività culturali, lavorative e ricreative, dall’azzeramento delle relazioni con i familiari, dalla scarsità di personale specializzato che "dia ascolto ai detenuti e ne riesca a cogliere le ragioni di intollerabile sofferenza". A ciò si aggiunge una circolare sui reparti di media sicurezza, in base alla quale "la maggioranza dei detenuti vive per 20 o 22 ore al giorno in cella, da cui si esce solo per l’ora d’aria". Circolare bollata come una "tortura" da don Gino Rigoldi, per oltre 50 anni cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, altra struttura dove il sovraffollamento è cronico.

Don Rigoldi, da sempre in campo per aiutare i ragazzi problematici, è un vulcano di idee. Proposte, rilanciate alle istituzioni, che hanno l’obiettivo di sottrarre i giovani da situazioni di disagio intervenendo prima che sia troppo tardi, bloccando quel percorso che porta dai primi reati all’ingresso in carcere, innescando una spirale. "Servirebbe un Barrios’s in ogni quartiere di Milano", sottolinea riferendosi al centro di aggregazione alla Barona che porta avanti attività e progetti per i giovani. "A Milano i soldi ci sono – prosegue – il problema è come vengono spesi". Il sacerdote, in particolare, sta cercando sponsor e spazi per aprire strutture nei quartieri sul "modello delle “Maison des Jeunes“" già attive da anni in Francia. Strutture “cuscinetto“ in cui i ragazzi, usciti dalle comunità o dal carcere ma non solo, possano trovare un punto di riferimento partecipando ad attività culturali e sportive. "Ora ci sono i monolocali – conclude – ma chi va lì è un po’ triste. Ci stiamo muovendo anche per acquisire immobili disabitati a Milano, mettendo in campo le risorse economiche necessarie per ristrutturarli, con l’obiettivo di offrire una soluzione alternativa a chi non riesce a sostenere i costi delle casa".

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