Jessica Faoro, la battaglia del padre per il risarcimento: “Dopo 6 anni ripartiamo da zero"

Il killer all’ergastolo è nullatenente e il fondo statale è ancora un miraggio, lo sfogo di Stefano Faoro: “Ho sostenuto spese legali per migliaia di euro”

Jessica Faoro

Jessica Faoro

Milano -”Le ferite per la perdita di mia figlia Jessica non si rimargineranno mai. E a distanza di sei anni dalla sua morte dobbiamo ancora lottare per far valere i nostri diritti".

La battaglia di Stefano Faoro, il padre della 19enne massacrata il 7 febbraio 2018 con 85 coltellate dal tranviere Alessandro Garlaschi, deve ripartire dalla casella di partenza. Un lungo percorso per riuscire ad accedere ai fondi dello Stato destinati ai parenti delle vittime di reati violenti, stanziati quando l’autore, in questo caso Garlaschi, è nullatenente e non può far fronte ai risarcimenti stabiliti dai giudici. La Cassazione, confermando la condanna all’ergastolo, aveva reso definitive anche le provvisionali per le parti civili, tra cui oltre 48mila euro per Stefano Faoro, rinviando al Tribunale civile per l’esatta quantificazione del danno. Soldi rimasti solo sulla carta, mentre l’iter per accedere al fondo statale è rimasto finora incagliato. "Le spese legali sostenute ammontano a migliaia di euro – spiega Stefano Faoro – con i fondi per i parenti delle vittime potrei aiutare l’altro mio figlio, che ha 24 anni, a comprare una casa e a costruirsi un futuro".

Per accedere, però, la strada è ancora lunga, un percorso tortuoso seguito dalle vittime di reati violenti o dai loro parenti per far valere le sentenze. Faoro ha affidato l’incarico a un nuovo legale, Virna Maci, che dovrà "ripartire da zero". Il primo passo sarà un ricorso per chiedere l’esecuzione della sentenza penale, con un’ingiunzione di pagamento a Garlaschi che avrà esito negativo, visto che non ha beni per risarcire. Su questa base, quindi, potrà essere avviato l’iter per l’accesso al fondo per le vittime. In parallelo partirà una causa civile sui danni morali.

"Il percorso non sarà breve – sottolinea l’avvocato – e potrebbero servire due o tre anni di attività giudiziaria. Il meccanismo per l’accesso a questi fondi è contorto e genera un senso di abbandono nelle vittime, che sono costrette ad anticipare le spese e poi ad attendere anni per ottenere quello che spetta di diritto". Uno strascico doloroso nelle aule giudiziarie, dopo il delitto avvenuto sei anni fa nell’appartamento in via Brioschi dove Garlaschi viveva con la moglie, e dove Jessica aveva trovato ospitalità. È stata massacrata solo per aver respinto le avance dell’uomo. La ragazza aveva un passato duro alle spalle. Tolta da bambina a una famiglia con problemi, passata di affido in affido, fragile, a lungo in comunità. Una gravidanza a 15 anni, una bimba data in adozione.  La sua triste storia è anche al centro di un monologo, scritto da Mara Venuto, che il primo marzo verrà portato in scena a Vedano Olona (Varese) per lanciare un messaggio contro la violenza, anche grazie all’impegno del padre.

Garlaschi, intanto, continua a scrivere lettere deliranti dal carcere di Bollate a Stefano Faoro, suo ex collega in Atm. Nell’ultima chiede al padre della vittima di "lottare per scoprire la verità", sostiene di non ricordare "il momento dell’evento" e, pur essendo stato inchiodato da prove schiaccianti, punta il dito su fantomatici amici di Jessica. "Io soldi non ne ho mai avuti, figuriamoci ora – scrive – quindi di risarcire non se ne può parlare".

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