LUCA TAVECCHIO
Cronaca

Il biografo del “beato“ don Giussani: "Critica al potere e ricerca dell’io. Il suo messaggio è ancora attuale"

Fernando De Haro, autore di “Perché sono un uomo“, che racconta la vita e il pensiero del fondatore di CL: "Amava Leopardi, Pasolini e Testori. Le sue domande sull’uomo anticipano le sfide dell’intelligenza artificiale".

Il biografo del “beato“ don Giussani: "Critica al potere e ricerca dell’io. Il suo messaggio è ancora attuale"

Il biografo del “beato“ don Giussani: "Critica al potere e ricerca dell’io. Il suo messaggio è ancora attuale"

Milano – La fede ragionevole, la definizione dell’io, il rapporto con la politica e il potere e l’ammirazione per figure “eretiche“ come Leopardi, Pasolini, Testori. Con l’avvio della fase testimoniale del processo di beatificazione, la figura di Don Giussani torna a occupare le cronache e il dibattito. Un’occasione per raccontare quanto il fondatore di Comunione e Liberazione parli ancora alla contemporaneità: "Le sue riflessioni e il suo rapporto con Dio e la realtà sono più che mai attuali", dice Fernando De Haro, giornalista che conduce il programma “La Tarde“ sulla tv spagnola Cope e che ha scritto “Perché sono un uomo - Scene dalla vita di don Giussani“ (Àncora editrice), una biografia "divulgativa", come dice lui stesso, sul sacerdote educatore di Desio.

Quando ha incontrato Don Giussani?

"L’ho incontrato molte volte a partire dal 1985, in pratica ogni volta che è venuto in Spagna. Lui aveva una certa predilezione per la Spagna e le comunità di Madrid e dell’Estremadura. Era un po’ un suo rifugio nei momenti di stress".

Don Giussani è morto ormai 19 anni fa, in che cosa è ancora attuale la sua figura e il suo messaggio?

"In moltissime cose il suo approccio esistenziale alla fede è ancora valido. Le domande che poneva sono ancora di grande attualità. Non a caso il suo percorso è iniziato con la passione per Giacomo Leopardi, un poeta ateo, ma che poneva interrogativi sull’uomo di fronte alla natura e all’infinito. Ed è proprio nel desiderio di infinito e nella “lotta“ dell’uomo per raggiungerlo che va ricercata la contemporaneità di Don Giussani. Cos’è questo desiderio, si chiedeva, cos’è questa ricerca di bellezza e di felicità. Il quesito di fondo, Chi sono io?, trova risposta proprio in queste domande. Io, diceva Don Giussani, sono quel desiderio di infinito e di bellezza. Tutte questioni tornate d’attualità con la crisi antropologica che stiamo attraversando oggi, alimentata dalla corsa tecnologica e dall’intelligenza artificiale che ci costringono a ripensare la stessa identità dell’uomo".

In che cosa è consistita la “rivoluzione“ di Giussani?

"Lui si opponeva alla fede come risposta alla paura della vita e della morte. Don Giussani era per una fede ragionevole, che si misurasse con la realtà e non la fuggisse. Era per una fede coraggiosa, che sfidava. Quando si trovò di fronte gli studenti del Berchet negli anni 50 e vide quanto la religione era ormai lontana da loro, non si “nascose“ dietro la riproposizione della tradizione e dei vecchi valori, ma lavorò per proporre una fede umana. Per essere cattolici, diceva, bisogna essere umani fino in fondo. Il suo interesse alla politica è da inserire in questo contesto. La politica è una dimensione umana e come tale va affrontata. La prospettiva cristiana della politica però non deve essere egemonica, di rifiuto delle opinioni altrui. Anche per questo fu critico con la Dc".

Al congresso della Dc di Assago nel 1987 citò addirittura Pasolini...

"Aveva una grande ammirazione per Pasolini. Quando leggeva i suoi articoli diceva: “Ecco un intellettuale con una grande sensibilità cattolica“. Condivideva soprattutto la sua critica all’omologazione del desiderio che distrugge l’io. Uno dei suoi rimpianti fu proprio quello di non essere riuscito a conoscerlo di persona: quando stava organizzando l’incontro, Pasolini morì. Un evento che lo addolorò moltissimo".

Un altro incontro “scandaloso“ fu quello con Testori.

"Don Giussani era contro ogni moralismo. Anche il moralismo cattolico. Con Giovanni Testori, che arrivò alla conversione dopo un percorso difficile e doloroso, nacque una profonda amicizia. Al loro primo incontro, un pranzo organizzato da CL, Testori si commosse perché pensava di non essere degno di quella frequentazione. Ci fu un lungo e commosso abbraccio. Da lì nacque la loro amicizia e la reciproca ammirazione. Insieme scrissero anche un libro fondamentale per i cattolici “Il senso della nascita“. Un testo pubblicato nel 1989 che è profetico in molte cose. Un libro le cui riflessioni sulla capacità di provare sentimenti dei giovani, sul nichilismo imperante e sulla speranza sembrano scritte oggi".

Lontano dagli stereotipi religiosi fu anche il suo modo di affrontare la malattia che lo colpì all’inizio degli anni 90.

"Quando si trovò costretto a letto, sofferente, non trattò la malattia in maniera, potremmo dire, clericale, come siamo abituati a pensare possa fare un sacerdote. Non accettò passivamente la sofferenza del Parkinson e l’insonnia come volere di Dio. Accettò invece, e si confrontò in maniera problematica, con le tante questioni che il dolore e la malattia pongono, senza scorciatoie. Il valore della vita, il senso della sofferenza e l’aiuto della fede. Ancora una volta si ritrovò, da solo, davanti alla domanda Chi sono io? Ancora una volta le sue convinzioni si trovarono faccia a faccia con la realtà. Anche in questo la sua figura è estremamente attuale".

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