Giuseppe Merlino, il carabiniere eroe di via Arquà: così ha salvato il rider

Il maresciallo col collega Bonavita ha scoorso un pachistano imprigionato nell’appartamento in cui si è sviluppato il rogo: “Mi sono buttato dentro senza pensare, mi auguro che chi vive lì ora sappia che noi ci siamo, per tutti"

Milano, 5 dicembre 2023 – Il maresciallo Giuseppe Merlino, trent’anni, in servizio da quasi due al Radiomobile dei carabinieri di Milano, sabato sera in via Arquà s’è buttato nel fuoco senza protezioni e, con il suo collega Raffaele Bonavita di 26 anni, ha tirato fuori da un appartamento in fiamme un rider pakistano, che ora è gravemente intossicato e ustionato ma vivo all’ospedale Niguarda.

La finestra del monolocale andato a fuoco (Fasani); nel riquadro, Giuseppe Merlino
La finestra del monolocale andato a fuoco (Fasani); nel riquadro, Giuseppe Merlino

Non senza paura, ma "quel tipo di paura che ti fa stare all’erta e agire lucidamente, velocemente, non ti blocca. Conosco le mie capacità, sono un atleta. Mi sono detto: ‘Ce la faccio’ ".

Questione di minuti o secondi, prima che il soffitto crollasse sul microlocale mangiato dall’incendio; questione di metri e del caso che gli ha fatto trovare a portata di mano una bici da usare come ariete per buttar giù la porta, e non ha fatto esplodere le bombole di gas seminate nell’alveare del civico 16. Poteva essere una strage, e invece "per fortuna c’è stata una concatenazione di eventi andati per il meglio – dice il maresciallo Merlino, che con Bonavita sabato è finito al Fatebenefratelli per una lieve intossicazione e ha ripreso servizio ieri notte –. Ora speriamo che quel ragazzo, che ha quasi la mia età, si riprenda. Vogliamo andare a trovarlo appena sarà possibile".

Cos’è successo sabato?

"Stavamo transitando in via Arquà quando abbiamo visto gente uscire dal civico 16. Ci hanno fermati, nessuno aveva ancora allertato il 112. Ci siamo precipitati dentro, le fiamme al secondo piano erano alte, era tutto pieno di fumo. Abbiamo iniziato a urlare di scendere, ci siamo divisi le scale: bussavamo, aprivamo, accompagnavamo giù le persone in mezzo al fumo, anche dei bambini. Una quarantina di persone, ci hanno detto poi".

Poi qualcuno vi ha detto che c’era una persona dentro l’alloggio che bruciava.

"Sì, anche se la porta era chiusa a chiave. Ci eravamo concentrati sull’evacuazione, cominciando dai piani alti, gli appartamenti sopra l’incendio sono i più a rischio. Poi un residente si è avvicinato: aveva parlato al telefono col proprietario, era certo che all’interno ci fosse qualcuno. A quel punto è diventato lui la nostra priorità. La porta era calda, usciva fumo. Ho detto: ‘O la va o la spacca’. Ho iniziato con i calci, poi ho avuto la fortuna di trovare un telaio di bici. Dopo qualche minuto la porta ha ceduto. Non ci ho pensato più di tanto, mi sono buttato dentro. Sono stato investito dal fumo e dal calore. Mi sono abbassato, quasi strisciando sono riuscito ad avanzare per qualche metro e l’ho visto, privo di sensi, coi segni delle ustioni sul volto. L’ho preso dai piedi e ho tirato, e il mio collega ha tirato fuori me. L’aria era irrespirabile, non so come non sono svenuto".

E poi?

"Non respirava. Gli abbiamo fatto il massaggio cardiaco. Dopo qualche minuto ha iniziato a rantolare, aveva ripreso a respirare. Le fiamme intanto erano quasi arrivate a noi allora l’ho caricato in spalla e abbiamo iniziato a correre, giù per le scale e poi fino in via Padova, perché le ambulanze erano bloccate dai mezzi dei vigili del fuoco. Ho affidato il ragazzo a un barelliere".

E poi?

"E poi con Bonavita siamo tornati dentro per continuare a evacuare gli altri".

Lei ha sempre voluto fare il carabiniere?

"Sì, fin da bambino".

Immaginava che fosse fatto anche di questo, il suo mestiere?

"Credo che tutti, quando si arruolano, si augurino di poter dimostrare il proprio valore, ma siamo carabinieri normali. Si tratta solo di trovarsi al posto giusto nel momento giusto, e cercare di fare la cosa giusta".

Se ne accorgono in un posto difficile come via Arquà?

"Io spero che le persone che vivono lì, da oggi, vedano noi carabinieri, e i vigili del fuoco, i soccorritori, un po’ più come degli alleati, non solo come presenza ‘fastidiosa’ che deve controllare. Che abbiano capito che siamo lì per aiutare, e ci siamo in qualunque momento, per chiunque".

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