Milano, 28 luglio 2020 -Ha citato tre volte Piero Bassetti, primo presidente della Regione Lombardia, e due volte l’Arcivescovo di Milano, Mario Delpini. È stato interrotto dagli applausi dei consiglieri regionali di maggioranza che, dopo il suo richiamo ad una «Lombardia libera» che «libera deve restare», hanno esposto il vessillo della Rosa Camuna e scandito in coro “Lombardia, Lombardia“. Non ultimo, ha lanciato un monito chiaro: «Non posso tollerare che si dubiti della mia integrità e di quella dei miei famigliari. La Regione non ha speso un euro per i 50mila camici!». 

Citazioni, richiami e monito, scanditi ieri in Consiglio regionale da Attilio Fontana nel corso dell’intervento col quale ha relazionato sui fatti al centro dell’inchiesta giudiziaria che lo vede indagato per «frode in pubbliche forniture», quella sulla vendita (infine diventata donazione) alla Regione, tramite la centrale d’acquisto Aria, di 75mila camici da parte della Dama Spa, l’azienda della quale è titolare il cognato del governatore, Andrea Dini, e nella quale la moglie dello stesso governatore, Roberta Dini, sorella di Andrea, detiene il 10% delle quote. Quello col quale il governatore ha chiuso il suo discorso è un richiamo alla libertà certo legato alla causa autonomista, un obiettivo ribadito ieri, ma dovuto anche alla sensazione, diffusa nella Lega, che il Carroccio sia sotto attacco e con esso il governo regionale. 

«Mi rattrista vedere come da 72 ore sono emersi particolari di indagine, elementi che in pochi potevano conoscere e che temo siano finalizzati a destabilizzare un solido Governo regionale e non di certo per giungere ad una verità processuale»: così ha scritto Fontana su Facebook. Per le opposizioni, però, «il governatore ha mentito ai lombardi e il rapporto di fiducia coi cittadini si è rotto». Lo ripetono tutti i capigruppo: Fabio Pizzul (Pd), Massimo De Rosa (M5S), Elisabetta Strada (Lombardi Civici Europeisti), Michele Usuelli (Radicali) e Niccolò Carretta (Azione). Unanime, non fosse per Patrizia Baffi (Italia Viva), la richiesta di dimissioni e la presentazione, ormai per settembre, di una mozione di sfiducia, come chiesto prima di tutti dal Movimento 5 Stelle: «Le opposizioni utilizzeranno tutti i mezzi a disposizione, compresa la mozione di sfiducia della quale il M5S si è fatto promotore, per mettere Fontana davanti alle proprie responsabilità – si legge nella nota congiunta –. Stiamo lavorando per affinare un testo che metta insieme tutte le sensibilità. La nostra posizione condivisa è scrivere la parola fine su questa disastrosa esperienza di cattiva amministrazione».

Il dato di fatto è che il 7 giugno Fontana aveva professato la sua totale estraneità ai fatti: «Non sapevo nulla della procedura attivata da Aria Spa e non sono mai intervenuto in alcun modo. Non vi è stato da parte mia alcun intervento». Ieri il governatore ha invece corretto il tiro dichiarando che sapeva fin dall’inizio del negozio in corso tra Aria e Dama, ma solo «dal 12 maggio ha saputo che tale negozio era a titolo oneroso». Qui starebbe la coerenza tra le dichiarazioni del 7 giugno e quelle di ieri. 

Sempre il 7 giugno Fontana dichiarò che nella vicenda non era «in alcun modo intervenuto», mentre ieri in aula ha fatto sapere di essere intervenuto, dal 12 maggio in avanti, chiedendo al cognato di rinunciare al pagamento e poi cercando invano di bonificargli 250mila euro da un conto svizzero scudato. Evidenti correzioni di rotta. Ha ribadito che anche si fosse trattato di vendita, sarebbe stato tutto regolare perché per Dama, come per le altre 4 aziende fornitrici di camici, si sono seguite procedure « autorizzate dal Governo». E allora la domanda è spontanea: se tutto stava avvenendo secondo norma, perché virare sulla donazione? Fontana ha risposto così: «Poiché il male, così come il bene, è negli occhi di chi guarda, ho chiesto a mio cognato di rinunciare al pagamento per evitare strumentalizzazioni e di considerare quel mancato introito come un ulteriore gesto di generosità». Nessun cenno, infine, ai 25 mila camici (su 75mila) mai arrivati in Regione. L’accusa di frode per Fontana verte sul fatto che parte della donazione non sia mai arrivata.