La famiglia Mangiagalli
La famiglia Mangiagalli

Milano, 11 gennaio 2019 .- «Non siamo ricchi, non facciamo parte di gruppi religiosi. La nostra è una scelta. Lo so, siamo un po’ fuori dal coro: abbiamo otto figli e siamo già nonni». Debora Padovani è la mamma di Edoardo, 33 anni, Giulia, 28, Luca, 27, Greta, 24, Paola 19, Aurora, 18, Francesca, 15 e Antonio, il più piccolino, che ha 10 anni e ha già cinque nipoti. Abitano a Milano con papà Luciano Mangiagalli, tecnico frigorista, che lavora in proprio. «La chiamiamo la Casa del popolo – scherza Debora – perché la porta è sempre aperta». 
Natalità in picchiata, dice l’Istat. 
«È difficile. Non lo nego. Non siamo aiutati a differenza di altri Paesi europei e lo diciamo da anni. In Italia il figlio viene visto come una cosa esclusivamente privata, e invece è un bene per la società, una risorsa per il futuro. Mancano politiche sociali».
Quali sono le voci che pesano di più nel bilancio familiare?
«La scuola, i libri al liceo. I mezzi di trasporto. Non tutti i figli delle famiglie numerose possono permettersi l’università». 
Come si fanno quadrare i conti?
«Facendo capire ai ragazzi che non si può avere tutto subito. Tanti coetanei hanno molto di più ma sono più fragili. Ho sempre detto ai miei: “Quello che avrete ve lo sarete guadagnati voi, noi abbiamo il compito di accompagnarvi, di aiutarvi a crescere”. Non mancano i sacrifici, ma hanno imparato ad adattarsi, a condividere, ci si aiuta a vicenda. A due dei miei mancano ancora due libri, stanno studiando con i compagni. A volte è pesante, ma non ci lamentiamo».
La discussione più accesa in casa?
«Su chi porta fuori Alma e Till, i nostri due cani». 
Alla faccia di chi dice di non aver mai tempo. Otto figli, cinque nipoti e due cagnolini da curare... 
«E anche un gatto, ancora senza nome. Ma il tempo si trova anche per gli altri. Facciamo volontariato e stiamo creando un’associazione in quartiere per chi è più in difficoltà. Siamo in difficoltà anche noi, ma insegniamo ai figli a non pensare solo a loro stessi». 
Capitolo lavoro. 
«Io ho lavorato fino al quinto figlio, mio marito lavora in proprio. Rispetto ai dipendenti è più penalizzato e non ha assegni famigliari. La paura di non trovare più la scrivania dopo la maternità scoraggia molte donne. Invece di dire “Bravi, vi veniamo incontro” ci sentiamo i soliti discorsi miseri: “Fanno i figli e poi pretendono”. No, non pretendiamo nulla. Vorremmo solo piccole certezze e che le donne, dopo anni di studio, non debbano rinunciare, se ce l’hanno, al desiderio di maternità».