Trasfusioni
Trasfusioni

Milano, 13 maggio 2015 - Quel virus ha scavato a lungo nel suo corpo. E Silvia (nome di fantasia) non poteva saperlo. Non poteva sapere di essere stata contagiata dal virus HVC, meglio conosciuto come epatite C, durante una trasfusione di sangue infetto in un ospedale milanese. Era il 1980. Allora i controlli sulle sacche di plasma non erano stringenti come oggi. I primi sintomi si presentano nel 2001. È un calvario. L’epatopatia cronica degenera in epatocarcinoma epatico. Cancro al fegato senza scampo: malattia diagnosticata nel marzo del 2007, decesso pochi mesi dopo a 66 anni. Nel 2011, i figli della donna fanno causa al Ministero della Salute, assistiti dall’avvocato Simone Lazzarini: chiedono il risarcimento dei danni.

E ne hanno pieno diritto, secondo la sentenza del Tribunale civile datata 2013: «L’epatologia cronica HCV è stata causata, con elevato grado di probabilità clinico-epidemiologica, dal trattamento trasfusionale cui è stata sottoposta (la donna, ndr) nel 1980 che ha determinato l’affezione di cirrosi epatica con evidenza già di episodi emorragici, degenerata successivamente nella patologia di carcinoma epatico». L’Avvocatura dello Stato solleva l’eccezione di prescrizione, ma il giudice la accoglie solo in parte. Poi una sfilza di pronunciamenti della Cassazione per dimostrare che «una pluralità di fonti normative» attribuiscono al Ministero «attivi poteri di vigilanza nella preparazione e utilizzazione di emoderivati e di controllo in ordine alla relativa sicurezza».

Del resto, rileva la Decima civile, «sin dalla fine degli anni ’60-inizi anni ’70 era ben noto il rischio di trasmissione di epatite virale, essendo già possibile la rilevazione (indiretta) dei virus mediante la determinazione delle transaminasi ALT e il metodo dell’anti-HbcAg e che già da tale epoca sussistevano obblighi normativi in ordine a controlli volti a impedire la trasmissione di malattie mediante il sangue infetto». Conclusione: «Tenuto conto che tra la data in cui è stato diagnosticato il carcinoma e la data dell’exitus sono decorsi circa 7 mesi, si ritiene di quantificare in 50mila euro il danno non patrimoniale subìto dall’attrice». Non basta. Sì, perché poi bisogna aggiungere il risarcimento per le sofferenze vissute dai figli, «tenuto conto dello stretto vincolo parentale nonché dell’intensità del legame affettivo che può presumersi da esso derivante»: 350mila euro a testa. Tutto finito? Nient’affatto.

In 17 mesi il Ministero non ha versato un centesimo, nonostante non abbia proposto appello al verdetto di primo grado. Tanto che gli eredi della donna sono stati costretti a rivolgersi al Tribunale amministrativo della Lombardia per avere il denaro. Dal canto suo, come messo nero su bianco dal Tar due giorni fa, il Ministero della Salute si è costituito in giudizio «con memoria di mera forma, non adducendo alcuna giustificazione in relazione all’inottemperanza». Fuori dal legalese: da viale Ribotta nessuno è stato in grado di spiegare perché non abbiano saldato il debito. Ecco la scontata decisione del collegio presieduto da Adriano Leo: il Governo ha 120 giorni per pagare, in caso contrario ci penserà un commissario ad acta a fare in modo che i figli della signora abbiano ciò che loro spetta.

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