Enti pubblici in affanno: "I concorsi non bastano. Agire su costi e stipendi"

Del Conte, a capo dei centri per l’impiego: anche da noi problemi di personale "L’emergenza milanese va affrontata con fantasia, contrattazione e risorse" .

"La carenza di personale negli uffici pubblici milanesi è un’emergenza che va affrontata, prima che sia troppo tardi, agendo su due leve: costo della vita e stipendi". Una strada delineata dal giuslavorista e docente alla Bocconi Maurizio Del Conte, in prima linea nella partita del pubblico impiego in qualità di presidente di Afol Met, l’azienda speciale consortile partecipata dalla Città Metropolitana di Milano e da 83 Comuni che gestisce centri per l’impiego e scuole di formazione professionale.

Anche la vostra realtà sta vivendo il problema della carenza di organico?

"Il problema esiste, e si è innescata una sorta di concorrenza fra pubbliche amministrazioni. Chi viene assunto da noi, e magari ha passato più di un concorso pubblico, spesso opta per enti che per ragioni di contratto offrono stipendi superiori, come ad esempio Inps o Agenzia delle Entrate. Non li posso biasimare, perché quegli euro in più non sono un vezzo ma una necessità per arrivare alla fine del mese, considerando il costo della vita di Milano. Noi non abbiamo i margini per fare controfferte".

Come si potrebbe intervenire?

"Nel pubblico è impossibile uscire dallo schema di contratti nazionali che visti da Milano livellano gli stipendi verso il basso, ma bisognerebbe agire sulla contrattazione di secondo livello per garantire condizioni sostenibili a chi lavora in una città come Milano, che ha costi diversi rispetto ad altri centri. Bisognerebbe avere il coraggio di seguire questa strada, anche se noto una certa ritrosia anche da parte dei sindacati. Non si tratta di un ritorno alle “gabbie salariali“, logica ormai superata, ma di sperimentare nuove strade per fare in modo che i dipendenti pubblici milanesi non siano di serie B, usando anche un po’ di fantasia e agendo su due leve".

Quali?

"Servirebbe un intervento calmieratore sul costo della vita a Milano, in particolare della casa, a beneficio di tutti. Penso anche a nuove forme di mutualità sull’assistenza sanitaria, con un tavolo metropolitano o regionale. In contemporanea bisognerebbe agire sui salari, lavorando appunto sulla contrattazione di secondo livello. L’emergenza milanese va affrontata subito, e per questo vanno messi in campo fondi e risorse. Altrimenti ne risente il servizio pubblico".

Dall’osservatorio dei centri per l’impiego, è un problema avvertito anche dal settore privato?

"Anche le aziende private fanno fatica a trovare personale proprio perché il costo della vita disincentiva le persone a trasferirsi a Milano. Il privato, però, ha margini di manovra meno rigidi rispetto al pubblico impiego. Molte aziende stanno agendo sul welfare, che è detassato, oppure stanno offrendo più flessibilità, attirando le risorse con la maggiore disponibilità di tempo libero rispetto al passato. Penso ad esempio allo smart working o alla settimana corta, che sono diventati strumenti per attirare o trattenere nuove risorse".

Dall’iniziativa del movimento Adesso! è nata la commissione indipendente che ha il compito di calcolare ogni anno il salario orario minimo per poter vivere dignitosamente in città, sulla base di una serie di criteri. Si punta a replicare a Milano il modello del “Living Wage“ londinese.

"È positivo il fatto che si apra una discussione politica su questo tema e che si inizi a individuare una serie di criteri condivisi da tutti, con numeri precisi. Poi bisognerà mettere in pratica le iniziative. Teniamo conto che questo non ha niente a che vedere con il tema del salario minimo nazionale, piuttosto è uno strumento utile per la contrattazione collettiva".

Andrea Gianni

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